lunedì 30 gennaio 2023

IL LUPO E L'EQUILIBRISTA

 di 
MAX SOLINAS

IL LUPO E L'EQUILIBRISTA di Max Solinas.
Ph Francesca Lucidi

  • Anno di Pubblicazione 2019
  • Edizione 1° 
  • Editrice Garzanti
  • Lunghezza stampa 175 pagine
  • Prezzo edizione cartacea 16,05€
  • Prezzo Ebook 9,99€
  • LINK ALL’ACQUISTO QUI

DALLA DESCRIZIONE EDITORIALE

“Così, un passo dopo l’altro, Chris insegna al lupo a fidarsi di nuovo della mano che gli offre il cibo e gli accarezza, non senza timore, il dorso peloso. A sua volta, il lupo, con movenze precise che derivano dalla legge del branco, guida il suo nuovo compagno alla riscoperta del mondo naturale, dei profumi, dei suoni e dei colori che cambiano al mutare delle stagioni."

PERFETTO PER chi ama la natura selvaggia e il rapporto con essa; per chi sente un legame particolare con gli animali. 

ADATTO PER tutti quelli che vogliono riscoprire sé stessi, e sarebbero felici di avventurarsi in un viaggio attraverso i boschi per sentire l'energia autentica della vita.

CONSIGLIATO A chi è un pò scontento di sé.

L’AUTORE

Scultura, natura, arte di vivere: questo è Max Solinas. 

Nasce nell’ottobre del 1963. Frequenta un corso di disegno di nudo e poi segue le suggestioni nate dall’incontro con il maestro di scultura trentino Silvano Ferretti. Successivamente, si iscrive all’Accademia delle Belle Arti, in un crescente interesse per la figura femminile e le sue forme evocative. Linee e volumi stilizzati traducono quella intima fascinazione. 

Solinas è ormai uno scultore affermato ma la sua attività rientra in una ricerca artistica più ampia, che comprende lo sguardo curioso, rispettoso e innamorato verso la Natura e le sue meraviglie. L’essenzialità, il rispetto, l’umile ascolto della musa ispiratrice di matrice montana guidano Max Solinas nel suo vivere e raccontare l’incontro con il creato. 

Attualmente vive e lavora a Cison di Valmarino, in Veneto, alla base delle Dolomiti. A fianco dell’artista, del montanaro, dello scalatore, dell’uomo… c’è lei: Arja la lupa.

IL LUPO E L'EQUILIBRISTA

NELLA PUREZZA, A RITMO CIRCOLARE

POTETE SBIRCIARE LA TRAMA, SEDETEVI E CHIUDETE GLI OCCHI (NON PROTESTATE… FIDUCIA!)

Chris è uno scalatore, ma non uno di quelli che si fondono con le montagne in una serena estasi di forze, velocità, pause, silenzi. Chris è molto conosciuto nel suo ambiente, e lo pagano bene per pubblicizzare attrezzatura all’ultimo grido mentre si attacca su pericolosi pendii, aggredendo le vette come se vi volesse trasferire le stesse ferite che lo lacerano, invisibili. Stona seduto in quegli aerei di lusso, Chris. Dopotutto egli è fatto di un materiale diverso da quelli sintetici che esalta con il suo lavoro: lui è un essere selvaggio, svuotato del suo istinto e della sua natura, ma pur sempre costituito di membra vive, con un odore, un calore specifico; necessità ammaestrate sotto lo scudiscio del ricordo, del dolore e del rancore. 

Ogni ritorno a casa, in quella casetta nel bosco, è speciale perché apre il cancello verso la libertà succulenta che gli dona da mangiare Francesca, la veterinaria con un corpo a cui manca qualcosa ma la cui anima si riempie di ogni bene, per poi donarlo nella materna cura instancabile di chi sa abbracciare la natura e i cuori senza mai stringere troppo, o far male. Ma un giorno, c’è qualcosa di diverso che aspetta Chris, e che Francesca ha permesso che Chris aspetti a sua volta: un lupo grigio sta nel recinto più appartato, e non mangia, e si muove poco. Gli ultimi ricordi della bestia sono flash accecanti, umilianti, violenti. Poi l’istinto, i denti, la caduta vertiginosa nel sogno senza risveglio di qualcosa che gli è stato ormai strappato… poi la confusione, la resa, il buio. 

Chris e il lupo hanno un vissuto comune: l’ammaestramento forzato. L’uomo faceva il suo lavoro e basta, per paura di non farlo; l’animale aveva provato ad essere ciò che il circo gli chiedeva, solo per un timore simile a quello di Chris. Entrambi agivano per un compenso; ma che fosse cibo o denaro, la motivazione strettamente legata a una necessità di sostentamento non basta. La paura di non avere quel sostentamento rende aggressivi, perché la paura genera solo altra paura, quella della perdita. Le necessità materiali fanno sopravvivere, ma per vivere serve essere ciò che si è, che non è per forza ciò che gli altri sarebbero in grado di accettare. 

Il lupo è un antico simbolo che dall’essere “forza” è divenuto “terrore”: ora il lupo fisico si riprende il suo ancestrale significato e senso per correre libero dove non vi sono colpe… perché la natura non conosce cattiverie ma solo peculiarità, ruoli, equilibri. 

Chris, dal canto suo, ha perso anch’egli il suo habitat: il paese è un luogo che ormai fa timore, come anche i rapporti con la gente, che evocano un passato che ammala e debilita. 

Le due creature così simili, anche se di diversa specie, conosceranno un cammino fisico e allegorico verso un vivere il momento che sarà furioso e pieno di meraviglie. 

Tra le montagne, il laboratorio di scultura di Nonno Egidio Maria, la baita del guardaboschi Angelo: un peregrinare lento che insegna il lettore a cogliere ogni segno che la Natura traccia per far seguire il percorso della vita autentica a chi ne sarà degno. In un modo dove il benessere spara alla volpe che “naturalmente” si avvicina a un pollaio, chi sarà così puro da saper dividere il pane? Specialmente quello “spirituale”, direbbe Henry David Thoreau.

/-/

Stasi, partenza, cammino; ma non cercate un arrivo.

“Ti voglio bene, lupo, e con te la natura tutta, quella con la N maiuscola, quella che in pochi conoscono, quella che non si nasconde a chi sa guardare e vedere, con l’animo libero, umile, sereno, desideroso, vero.”

Un uomo e un lupo che si incontrano sull’orlo del nulla: due “uno” che facendosi “due” tornano Essere Unico, multiforme, completo, capace di moltiplicarsi, emanarsi o donarsi al corso della pura esistenza delle cose che imperfette tornano nell’Unica Perfezione, partecipandovi con ruoli semplicemente veri, eterni perché parte di un insieme di ruoli a pari dignità, mai decisi da alcuno; tra incontri e scontri regolati solo dalle necessità superiori e mai corrotte dell’Anima Mundi. 

Nella perfezione dell’incontro di due nature mutilate: studio, riconoscimento, fusione e liquido sconfinare nella vita autentica, nella costituzione “naturale” del creato.… che non ha mai finto, non si è mai sottratto ai sensi di chi sa percepire il suo vivere, stare, muoversi. 

Gli odori, i suoni, i versi e le tracce non dicono bugie, però si deve essere disposti a camminare:

“Camminare era come una preghiera agnostica, libera, pulita.”

Il ritmo scorre lento, senza la pretesa di accelerare, ma sempre in senso circolare. La fedeltà sa aspettare, la lealtà si manifesta nel saper lasciare ogni presa, per poi rincontrare con un abbraccio che non è mai una stretta. L’amore qui non ha sesso, ma ha corporeità, sudore, afrore: si contorce in unioni che regalano la fecondazione di un’energia perpetua, che non conosce la morte perché si riconcilia con i ricordi, il passato, le tracce di eredità ricchissime e senza costo. 

Le parole sono semplici, come il pane e il miele, come il tea nero preso amaro mentre dalla finestra si riesce a spingere la vista oltre ogni limite, perché non si guarda con gli occhi ma con le mani. L’umidità del formaggio che si concede dal latte, il legno che nasconde una scultura, una schiena che racconta un’anima: nel dentro c’è già il fuori. Ciò che si toglie creando è anch’esso materiale costituente. 

“La vita è un gioco a somma zero”

Ci si trova in una favola? Ci sono animali, insegnamenti, pericoli e miracolose salvezze… però, è tutto vero. 

Solinas sublima la sua vita, e la rende l’atmosfera in cui respira la sua storia con tutti i personaggi. 

“L’arte non è una tecnica ma uno stato d’animo”

Tutto partecipa a un senso che non è complesso ma che, nonostante ciò, è colto raramente. 

“E allora Chris pensò che quella natura che gli uomini si affannano a sfidare, a conquistare e domare, doveva invece essere lasciata libera come un torrente cristallino che scorre lento e inesauribile dalla sorgente verso la foce.”

La speranza lascia spazio all’azione nelle stagioni delle emozioni. La libertà non è mai disordinata, è solo nata prima delle istituzioni umane che sono fatte da decisioni cieche.

 L’amore è incondizionato, ma mai cieco.


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martedì 24 gennaio 2023

GLI OCCHI DELL'ETERNO FRATELLO

 di 
STEFAN ZWEIG

  • Anno di Pubblicazione 2013 (1°1922)
  •  Prima edizione digitale 2014
  • Editrice Adelphi
  • Lunghezza stampa 73 pagine
  • Prezzo formato cartaceo in copertina flessibile 6,65€
  • LINK ALL'ACQUISTO QUI

Stefan Zweig, Gli occhi dell'eterno fratello

Ph Francesca Lucidi

DALLA DESCRIZIONE EDITORIALE

«Una riflessione sulla Giustizia e sulla sua impossibilità in una narrazione dal respiro ampio, in cui palpitano il divino e una natura incantata. Un libro amato da Hermann Hesse, che vedeva nella "leggenda indiana" dell'amico Zweig un'opera in sintonia con il suo "Siddhartha".»

L’AUTORE

Per la biografia di Stefan Zweig si rimanda a un precedente post: CLICCA QUI per leggerla.

 

UNA RICERCA: ILLUMINAZIONI CHE COSTANO 70 FRUSTATE

Temi, valori, riflessioni (che spesso confondono i saggi)

Non se eviti qualsiasi azione

Sarai davvero libero dall’agire,

mai potrai essere libero dall’agire

neppure per un solo istante.

(Bhagavadgita, Canto terzo)

La Bhagavadgītā (Canto del Beato) è un poema filosofico e religioso, contenuto all’interno dell’immenso poema epico Mahābhārata. È il testo sacro più noto e permeante per milioni di Indiani: nei suoi settecento versi, è raccontato il dialogo tra Viṣṇu e l’eroe panduide Arjuna, il quale è sgomento davanti alla responsabilità della guerra, del combattere fratello contro fratello.

Zweig racconta la sua leggenda indiana in contemporanea con l’uscita di Siddharta: la fascinazione della ricerca mistica, in contesto buddhista, è il pretesto per portare il lettore in un tempo lontano dove si sospende la vita conosciuta per considerare l’inconsiderabile, per approcciarsi all’eventualità che le risposte alla vita giacciano più vicine di quanto si sia mai percepito (o forse no?). Lo stesso Hesse, con il quale Zweig aveva intrapreso un profondo legame epistolare nel suo periodo svizzero, aveva definito questa opera dell’autore come in linea con Siddharta. È da dire, però, che nel caso di Gli occhi dell’eterno fratello non si sfiori una conciliazione; e che quelle risposte si mostrino con dolore, tra settanta frustate, tra morti innocenti, per poi sedere tra i cani ed essere dimenticate. È quindi chiaro che Zweig porti il lettore, ancora una volta, ad annullarsi e commuoversi nella catarsi, attraverso le azioni di uomini che dal clamore a un’umile capanna gridano giustizia verso il cielo e verso il proprio simile: una giustizia che è serpente che sfugge tra gli ambienti sfarzosi e poi angusti e putrescenti della storia di Virata.

Numerologia, reiterati passaggi, scandite evocazioni mistiche alla corte dei Birwagha. Lì dove un Re deve la sua salvezza a Virata, colui che nella sua vita assumerà i Quattro nomi della Virtù, per poi scomparire dai racconti e dagli scritti. Egli vive prima del Buddha, e sulla sua vita ci si interroga ossessivamente, insieme a lui, cercando di afferrarla quell’esistenza. Quale il senso delle azioni, quali le responsabilità? Virata salva il Re, ma uccide nella furia il suo fratello maggiore: è così chiamato “Lampo della spada”, ma quella spada la getta nel fiume e rifiuta di uccidere perché chiunque uccide un uomo uccide suo fratello. E proprio gli occhi della sua colpa lo seguono in ogni cosa che vede, restituendogli il riflesso di un pensiero così pesante da ancorare Virata alla terra; mentre cerca disperatamente di sfuggire ai ritorni in altre vite, di non vedere più quegli occhi morti che sono sulla faccia di chiunque, si fa così giudice e “Fonte della giustizia”. Ma non basta pensare di essere dalla parte dei giusti, o che le vasche che accolgono il sangue dei condannati siano divenute bianche: Virata incontra ancora quegli occhi. Quando vede un condannato alle prigioni implorare la morte… sputare sulla grazia, Virata comprende che ha rivisto quegli occhi perché ha agito secondo le parole altrui.

 La punibilità, la giustizia, la negazione della libertà… con quale diritto? Virata segue una sua evoluzione o solo una fuga dalla “sua” coscienza? Noi con esso ci troviamo destrutturati, e siamo fortunati a subire ciò. Virata sceglierà di andare nelle profondità della terra, scambierà la sua identità: si annullerà.

Nell’annullamento scompare la volontà, che è caos: dove c’è la volontà di vivere vi è paura, ed è su questo che si basa la consistenza del tempo. La brama della vita, il pungolo che spinge avanti la carovana degli esistenti con i loro carri carichi di ori, ricchezze, convinzioni, miserie.

Virata trasmuta in “Campo del Consiglio”, e le lodi alla libertà rilucono sulle sue labbra. Mentre è seduto però su una stuoia che è frutto del lavoro di uno schiavo: è questo che i suoi figli adirati gli ricordano. La giustizia è la pretesa del potere, e dove c’è potere c’è possesso: dove c’è possesso vi è legame con la vita degli altri uomini, se ne dispone. Fuggire, uscire dalla vita degli uomini e trovare nella foresta l’assenza del possesso, della violenza, della colpa. Ma anche gli animali sono violenti, e a Virata basta guardare fuori dalla sua misera capanna per vedere ovunque i semi della malvagità farsi germorgli. Egli è Stella della solitudine, Virata si fa contemplazione, libera dall’agire e dalle sue conseguenze.

Ad ogni passaggio, da sette anni in sette anni, pensiamo con Virata di essere mondi… ormai.

Poi altri uomini fanno lo stesso, e fluiscono fuori dal mondo per andare nella foresta. Una donna fuori da una capanna guarda con odio, con gli occhi morti dell’Eterno fratello: reiterati segnali, di come tutti si viva comunque negli altri, essendo tutti in quegli occhi morti.

Ma Dio? Se i testi sacri non parlano di diseguaglianze, ma non mancano di segnare le caste, Il Dio dalle mille forme sì, è lui ad avere il controllo dell’inizio e della fine delle cose. E se nel mezzo ci si è macchiati di una colpa, è poi alla divinità che deve tornare quel fardello: Virata sa come fare, ne è sereno…

Zweig mostra una storia di formazione che passa per il disfacimento, e si annuncia subito nel vessillo sepolto della memoria, così come è caro all’autore.

Un libro che non poteva avere una pagina in più, altrimenti altri anni si sarebbero susseguiti. Il senso pare lì, sempre su una mano tesa. Poi su quel dono improvviso due occhi gettano un’ombra: l’estinzione, il Nirvana, trascendono il “non atto” perché è attraverso i crediti degli atti compiuti che si torna alla matrice delle mille forme, probabilmente.

La storia di Virata non smette di interrogare il lettore, la società: il nostro piede è legato alla terra, e finché si è lì non si può dare nutrimento solo alla propria vita, pena la condanna a morte per fame degli altri viventi.

 CITAZIONE SCELTA PER VOI

“C’è sempre più conoscenza della verità nel dolore che nell’imperturbabilità di tutti i saggi.”

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venerdì 20 gennaio 2023

TUTTI MI DANNO DEL BASTARDO

 di
NICK HORNBY


  • Anno di Pubblicazione 2012
  • Edizione 1° edizione digitale (2013)
  • Editrice Guanda
  • Lunghezza stampa 80 pagine
  • Prezzo edizione cartacea 8,55€
  • Prezzo Ebook 1,99€
  • LINK ALL’ACQUISTO QUI

TUTTI MI DANNO DEL BASTARDO di Nick Hornby
Ph Francesca Lucidi

DALLA DESCRIZIONE EDITORIALE

“Charlie può solo sperare che l'ex moglie si stanchi presto di pubblicare il "Bastardo!" Soltanto un autore come Nick Hornby poteva regalarci un ritratto così riuscito della fine di un amore, il racconto tragicomico, brillante e molto umano, di quanto assurdamente complicata possa diventare la relazione tra due persone.” 

L’AUTORE

Nicholas Hornby è nato il 17 aprile del 1957 a Redhill, Surray, in Inghilterra. 

Quando era ancora molto giovane, purtroppo, vive il divorzio dei suoi genitori: evento che probabilmente gli permetterà di riflettere ancor di più sulle dinamiche familiari e di coppia in “tempi di crisi”. 

Si laurea in letteratura inglese all’Università di Cambridge, nel 1974, e in seguito inizia gli studi formativi per l’insegnamento. Mentre inizia il suo lavoro nelle scuole, lavora come giornalista freelance e critico musicale d’ambito pop. 

Tifoso accanito dell’Arsenal, racconta la sua passione/mania nell’autobiografico Fever Pitch, che riscuote un grande successo.

La sua prima opera narrativa è High Fidelity: la storia di un trentenne proprietario di un negozio dischi, ossessionato dalla collezione di LP rari. La pubblicazione diventa su terra inglese un best seller.

Nel 1998 esce About a boy, di nuovo un trentenne, di nuovo una vita isolata e problematica… ma anche qui la musica risuona a contornare incontri inaspettati che si armonizzano in una redenzione assolutamente umana. Dal romanzo è tratto il film omonimo del 2002. 

Seguono altre pubblicazioni: Come essere buoni (2001), Una lunga strada verso il basso (2005), Giulietta Nuda (2009); Funny Girl (2014), Just like you (2020). Scrive anche diversi saggi, permeati degli stessi elementi che caratterizzano la vita dei suoi personaggi: come Songbook (2002), dove presenta, analizza e racconta una sua personale playlist. 

Hornby è un consumatore di creatività, infatti scrive anche recensioni di libri per la rivista statunitense “The Believer”, pubblicate in Italia da “Internazionale”; l’editrice Guanda ne ha riunito una raccolta con il titolo Una vita da lettore (2006).

Il Nostro è anche uno straordinario sceneggiatore, infatti, firma An Education (2009), per il quale riceve una nomination agli Oscar; Wild (2014), tratto dal memoir di Cheryl Strayed; Brooklyn (2015), tratto dal romanzo di Colm Toibin. 

Per la tv scrive Love, Nina (2016) e State of the Union (2019): quest’ultimo mostra le sessioni della terapia di coppia di un duo, ovviamente sposato e in crisi. 

/-/

La novella Everyone’s reading Bastard è stata pubblicata nel 2012, precedendo la serie tv con il crudo e ironico racconto di cosa significa stare insieme, amarsi (forse), lasciarsi, odiarsi, o peggio… non riuscire più a “vedersi”.

 LO ZERO ASSOLUTO DI UN "BASTARDO" COME NOI

Temi, pentimenti, re-start

“Era facile trattare bene una bella donna al tavolo di un ristorante. Le angosce cominciano dopo, con i figli e la stanchezza e il monotono tran tran del matrimonio e della monogamia.”

Charlie ed Elaine decidono di divorziare tra le 9:30 e le 10:00 del mattino, in un caffè vicino alla scuola dei figli. La piccola Emily risponderà alla notizia con un “Ma va?”. Una vita di quieta disperazione… direbbe Henry David Thoreau. 

Subito si avverte noia, non c’è colpo di scena, dopotutto: “difficile, freddo, separato, triste”, il piatto, sarcastico e distaccato resoconto di una rottura che tirava da troppo tempo in crepe tese fino all’inverosimile. 

L’ironia è il tono del cinismo che recita sul palcoscenico del fin troppo noto a un qualsiasi lettore, o essere umano, che abbia vissuto abbastanza per aver testato l’ignoranza infantile nell’imparare, senza purtroppo averlo chiesto, che le cose spesso finiscono in una nuvola di niente, quando si è stati i primi a depersonalizzarsi, a livellare… senza una ragione che ricordi il perché. Nessuna sfuriata, dramma, lacrime: “NON PERDETEVI LA NUOVA FANTASTICA RUBRICA SETTIMANALE DI ELAINE HARRIS: BASTARDO”; sì, una moglie, ormai “ex”, una giornalista di costume che si adopera, appena una settimana dopo il divorzio, a far sapere proprio a tutti le atroci imperfezioni e le inappropiate dis-umane debolezze del partner, ormai cassato dalla lista degli ammessi alla tragicommedia del nascere, crescere, lavorare, procreare, morire. Beh, Charlie ha subito più il colpo del divorzio che della rubrica: in fine, perché fingere, ormai, quando tutti ti hanno visto nudo, un neonato essere umano rimesso al mondo da capo. Via le finzioni, via gli sguardi di traverso e le chat a tarda notte: l’attore si toglie il cerone dal viso, l’abito bello, gli stivaletti di marca, la voce da padre o membro della società con tutti i requisiti richiesti. 

“Charlie credeva che l’intollerabile potesse sempre essere tollerato ancora per un po'.”

La comoda poltroncina dell’inettitudine, mentre su Facebook si ricerca una compagna delle elementari, per farci sesso, e con buona fortuna riuscirci anche. Ma Elaine, che già da tempo infilava nei suoi articoli piccoli, ma inequivocabili, riferimenti a Charlie è anch’essa costretta a togliersi il bel vestito della scena per mostrare i segni delle lacrime sul cerone da spettacolo: “Mi ero arresa”, così ripercorre le motivazioni dell’inizio della relazione con l’ex marito. Mettersi con qualcuno per paura di stare soli, per far vedere a un altro ex ancora che si è voltato pagina; sposarsi perché è ora e mettersi in una marcia più o meno segnata che porta alla convivenza e alla genitorialità. 

Tutti leggono “Bastardo”: il padre insipido, il porco, poi l’amante inetto. Ma Charlie ha già subito il colpo mortale dal cecchino invisibile; adesso pare tutto così chiaro, e dal sudore freddo la riscoperta del sapore delle cose, belle quando sono nuove, impacciate, reali. Tutti incitano Charlie alla rivalsa, persino una certa “Stronza”, bella, fragile, assolutamente considerabile per fare sesso, per la prima volta riverginati dalla rottura della cortina del fasullo. 

Guardare indietro fino a quando un matrimonio era solo nell’aria. Amore? Passione? Semplice interesse, per lo meno? No: 

“L’avevano rovinata: era stata a letto con troppi uomini, che le avevano mentito, l’avevano delusa, avevano finto di amarla e ammirarla, invece volevano solo trasformarla in qualcos’altro.”

Questa è Elaine, ora Charlie ci vede chiaro. Chi è la vittima? 

Non succede poi molto in questa novella, perché già è successo tutto. 

Hornby è l’onesto garzone della ditta di traslochi: ti impacchetta quello che può stare in una vita e te lo cataloga e accatasta, bello ordinato, poi prende lo specchio quello grande e te lo piazza davanti, dicendoti: “Questo dove lo mettiamo?”

Compassionevole parabola di ordinaria mediocrità, dove però riluce una morale, una possibilità di ascendere all’essere sé stessi.

“Charlie non aveva mai passato molto tempo a chiedersi cosa volesse per sé stesso. Gli era sempre sembrato ovvio.”  


Ma attenzione, Elaine forse ha un ultimo asso nella manica.

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giovedì 12 gennaio 2023

SIGNORINA ELSE

 di 
ARTHUR SCHNITZLER

  • Anno di Pubblicazione 2018 (1°1924)
  • Editrice Feltrinelli
  • Lunghezza stampa 96 pagine
  • Prezzo stampa 7,60€
  • Prezzo Ebook 1,99€
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SIGNORINA ELSE di Arthur Schnitzler
Ph Francesca Lucidi

DALLA DESCRIZIONE EDITORIALE

"Nei singoli uomini non si è verificata la benché minima trasformazione, non è accaduto altro se non che diverse inibizioni sono state spazzate via e che ogni specie di mascalzonate e furfanterie possono essere commesse oggi con un rischio relativamente minore, in ogni senso sia morale che materiale, di quanto non accadeva in passato. Inoltre, si parla un po' più di cibo e di denaro." (Arthur Schnitzler, 1924).

L’AUTORE

Arthur Schnitzler nasce a Vienna il 15 maggio del 1862, in una famiglia ebrea. La madre, Louise Markbreiter è un’ottima pianista e infonde il sentimento musicale nel figlio; il padre Johann è un laringoiatra che introduce il figlio alla carriera in ambito medico. I due poli influenzano e permeano la vita di casa Schnitzler, dato che Johann è il medico di diversi celebri cantanti.

Arthur mostra precocemente l’attitudine all’osservazione, alla percezione dell’interiorità in relazione alle esperienze esteriori, e alla società. A soli diciassette anni tieni un diario sulle sue esperienze sessuali; critica poi attraverso le sue opere anche la vita militare, venendo radiato dall’esercito dove ricopriva il ruolo di tenente medico. Con la morte del padre riesce ad abbandonare l’impiego in ospedale: molteplici sono le suggestioni che affascinano e affaccendano Schnitzler, tra cui la psicanalisi e l’ipnosi. Lo stesso Freud è ammaliato dalla figura dell’autore.

Il 26 luglio del 1928 sua figlia si suicida a Venezia, dove abitava con il coniuge italiano. Tre anni dopo, Arthur Schnitzler muore a causa delle conseguenze di un ictus il 21 ottobre del 1931.  

 

DIECI, CENTO, MILLE CARTINE DI “VERONAL”

QUESTA VOLTA… TUTTO D’UN FIATO

Temi, valori, riflessioni

“Una carezza distratta quando si è tanto belline, un po' di apprensione quando si ha la febbre, poi ti mandano a scuola, a casa t’insegnano il francese e a suonare il piano, d’estate ci si trasferisce tutti in campagna, ti fanno regali per il compleanno e a tavola impari ad ascoltare tanti bei discorsi. Ma di ciò che si agita in me, dell’ansia che mi divora, vi siete mai preoccupati?”

Else ha diciannove anni, fa parte di una famiglia austrica borghese, ha un fratello maggiore che andrà in Olanda a vivere la sua vita, il padre è avvocato, e sua madre passa le giornate ad organizzare cene ed eventi che non possono permettersi. Cara madre… lì a dare anticipi per poi non pagare mai; caro papà, a giocare in borsa e a giocare con la vita di tutta la famiglia. Trentamila fiorini il costo per la salvezza, caro papà. L’unico che può fare un prestito, l’ennesimo, è il Signor Dorsday, un amico di famiglia vecchiotto, che scruta Else attraverso un monocolo che riluce dello scopativismo di una società in cui le donne non scelgono… ma la Else nello specchio conosce la scelta. Cara mamma, non manchi di ricordare ad Else come Von Dorsday abbia una predilezione per la “cara bambina”: un telegramma arrivato al Grand Hotel di San Martino di Castrozza, dove tutti sono in vacanza, felici, morti. Lì Else si trova davanti alla responsabilità di salvarti, papà: nuda a mezzanotte, nel bosco o in camera, purché il monocolo abbia la merce per il prezzo pattuito.

Else:

“Caro papà, quante preoccupazioni mi dai. Avrà mai tradito la mamma? Come no! E più di una volta. È così sciocca la mamma. Non sa nulla di me. Come gli altri, d’altronde.”

Una diafana e giovane snob, dalle belle spalle, dalle gambe sensuali: una vergine, una "prostituta" che mai però è stata violata attraverso quel sigillo di purezza che la natura dona alle donne, come dannato potere di scelta, forse poche volte davvero libera. Un lungo monologo interiore; un flusso di coscienza dove si intervallano solo le parole degli altri, che risuonano come lontane o tremendamente vicine e invadenti. Dove la psicanalisi e James Joyce hanno aperto un varco, l’autore accompagna in una danza macabra accarezzata dalle note di Schumann. Il paesaggio della montagna fa da scenario, mutevole: da confortante fatata visione a espressionismo incalzante che deforma i profili dell’orizzonte, le ombre degli alberi, la sensazione dell’erba contro la pelle… nuda.

Else è così giovane, e parla di sé stessa come di un millenario essere vivente, che mille vite ha vissuto, nella sua fantasia. Ha pulsioni Else, e ribrezzo per la vecchiaia, e fascinazione per i “tipi poco raccomandabili”. Una sera un battello la vide nuda su un balcone, mentre si accarezzava i fianchi. Else si sente viva, quando sta sola con la vera sé. Un Es e un Io che si mettono faccia a faccia, davanti a uno specchio: nella scena magistrale in cui Else si prepara per il “compratore”. Trentamila fiorini, poi cinquantamila… e poi il Veronal. E Paul? Caro cugino che accarezzi Else con parole suadenti, tra un incontro e l’altro con la tua amante sposata con figlia al seguito. La zia ricca ha pagato la vacanza, ma non sa che i soldi per la famiglia di Else non bastano mai.

Else si vede moglie, amante, prostituta, bambina. “Un cortese sorriso prima di ritirarsi in buon ordine”: ma questa volta Else ha in serbo uno spettacolo in grande stile… perché no? Se lui deve vederla nuda, vederla prostituta, perché non invitare tutto l’hotel, il mondo intero, il caro papà.

Una Salomè, una Elettra, una donna che attraverso il suo sesso si punisce per punire. Il borghese ben pensante taglia la testa alla santità dell’essere, alla natura pura di ogni personalità. Il controllato e il controllore perdono il controllo, la via di mezzo che non riesce a contare quante dosi di Veronal possano passare da sonno a morte. La colpa è di tutti, e i Doppelgänger si moltiplicano tra pellicce, poltrone, piatti succulenti.

SIGNORINA ELSE di Paul Cnizzer

Else è una, e poi doppia. L’unico amore carnale che vivrà sarà quello con sé stessa: schiacciare il suo seno contro quello del suo riflesso, su un gelido vetro che lascia l’amplesso incompiuto. Nel momento in cui una personalità si affaccia al mondo, quest’ultimo non dona in premio la vita identitaria, unica, ma una crisi isterica, un delirio che porterà Else a sacrificarsi contro un progresso che ha ben apparecchiato un corteo funebre di tutto rispetto, per i valori, quelli che non si dividono tra bene e male ma tra vero e fasullo. “Salvatemi.”

Medico, scrittore, drammaturgo: Schnitzler è un osservatore disinibito, un cantore della società senza alcun filtro, ma con una composta compassione che scaturisce semplicemente dalla messa a nudo schietta e cruda dei pensieri e delle emozioni che si agitano nella psiche, con pari dignità. E in questa assenza di meschinità riesce a narrare gli ambienti interiori con incredibile onestà, senza tralasciare alcun romantico o distruttivo tratto. Nella fotografia di ambienti esteriori rilucenti, provocanti… soffocanti, si può entrare nella pelle dei figuranti del mondo borghese, per riscoprire un’umanità a cui Schnitzler non permette più di dire bugie, di essere morti in vita. Onore e gloria al disfacimento, pur di dare alle fiamme quella immagine statica e dorata di un mondo che si distrugge dal di dentro trasformando desideri e innate pulsioni in frenesie, manie, patologici isterici tentativi di essere ciò che la società, e le convenzioni, decidono prima che mai possa avere assoli la voce interiore di ognuno.  

AL CINEMA

Dalla novella è stata tratta una versione cinematografica, in muto, nel 1929. Il regista è Paul Cnizzer. Il bianco e nero e l’assenza di parlato dirompono attraverso la figura dell’interprete, Elisabeth Bergner: poche ore in cui essere catapultati in una vita, intera, e poi spezzata… moltiplicata ed estinta. I campi lunghi e i gesti, gli sguardi degli attori di sfondo fanno sentire lo spettatore partecipe di un voyeurismo che inebria, sciocca, imprigiona. 

Anche senza l’ausilio del voice off, il monologo interiore della novella riesce a mutarsi e ad esserci, a farsi palesemente esperienza, solo grazie a un cambiamento nello sguardo, a un incedere diverso, a uno stringere delle dita che porta in sé il racconto di ragionamenti e poi crisi che non lasciano scampo.

Dal lavoro di Arthur Schnitzler, precisamente dalla novella Doppio Sogno, è stato tratto anche il noto Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick.

IN MUSICA

Nel pieno rispetto delle evocazioni della novella, dove la musica è contrappunto dei contrasti interiori, il gruppo italiano Marlene Kuntz ha sonorizzato il film Fräulein Else, suonando dal vivo le note che abbracciano tutta la proiezione. Ho assistito ad uno di questi spettacoli… e non posso che tacere tanta la meraviglia e la violazione di tabù che in me ha provocato: stupendo!

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mercoledì 4 gennaio 2023

MENDEL DEI LIBRI

di 

STEFAN ZWEIG

  • Anno di Pubblicazione 2016 (1° 1929)
  • Edizione 1° edizione digitale
  • Editrice Garzanti Libri
  • Lunghezza stampa 96 pagine
  • Prezzo Ebook 1,99€
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MENDEL DEI LIBRI di Stefan Zweig

DALLA DESCRIZIONE EDITORIALE

“Nella Vienna di inizio Novecento non c’è appassionato lettore, studioso, esperto bibliofilo che non sappia chi è Jakob Mendel, vero catalogo vivente di tutto ciò che su di un libro sia mai stato stampato.

[…]

Nella vita reale egli è solo, completamente incapace di ogni iniziativa concreta e sensata: siede al tavolino di un vecchio caffè, dove ha installato il suo quartier generale e da dove prodiga la propria esperienza a chiunque gli faccia visita.”

L’AUTORE

Stefan Zweig nasce il 28 novembre del 1881 a Vienna, da un’agiata famiglia ebraica.

Si iscrive all’Università di Vienna alla facoltà di Filosofia, che continua a Berlino. Dopo la laurea compie una serie di viaggi in Europa, Asia e America. In seguito, sposa Friderike Maria Von Winternitz.

Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale arriva, traumatizzando l’Europa e lo stesso Zweig che nel 1917 si sposta in Svizzera e vi rimane fino alla fine della guerra. Durante il soggiorno mantiene contatti con personaggi come James Joyce ed Hermann Hesse.

Torna nella sua terra, a Salisburgo, e si attiva in ambito pacifista. Ed è proprio in quel momento che inizia a godere di un grande successo. Acquista diversi manoscritti originali, e tra gli autori spiccano Bach, Mozart, Beethoven.

Zweig, smette poi di essere, per una parte di mondo, la brillante mente che aveva mostrato di essere: è solo un ebreo. Con l’ascesa di Adolf Hitler, le sue opere iniziano ad essere bersaglio della censura, dell’odio. All’annessione dell’Austria alla Germania Zweig si sposta a Londra, dove chiede ed ottiene la cittadinanza britannica.

Dopo il divorzio, sposa la segretaria Lotte, con la quale si trasferisce prima a New York e poi in Brasile. Proprio lì, nella città di Petrópolis, si suicida insieme alla moglie il 22 febbraio 1942: li trovano sdraiati, sereni, come addormentati. Una dose letale di barbiturici ha messo fine alle incontrollabili crisi depressive e al dolore che lacerava l’artista, l’ebreo, l’uomo, consapevole del dramma inarrestabile e incancellabile in cui è sprofondato il mondo.

QUESTA VOLTA… TUTTO D’UN FIATO

Temi, valori, riflessioni

Vienna, la Grande Guerra ha distrutto, ricostruito, cambiato. Una pioggia incessante spinge un uomo in un caffè, e poi in un labirinto di sentori, ricordi e sensazioni. Una stufa in ghisa e un tavolino: la ricerca comincia.

La memoria e le ricchezze del mondo che si celano in angoli angusti, in volti persi nell’anonimo sfondo di giornate qualunque; tesori inestimabili, e brillanti, camuffati tra le ombre delle azioni dell’uomo, azioni per il progresso o per la regressione che le guerre portano a tutti, tesori compresi. E lì, tra le spaccature di una vita che va avanti da sola, vi sono persone che si cibano di pochi panini a due soldi, gesti minimi, invisibili movimenti fagocitati dalle alleanze del mondo superiore, strette tra di esse in nome di regole, doveri, motivazioni che non tengono conto del brulicante bassissimo fondo del mondo che invece sta al di sotto, di tutto. E proprio in quel fondo si raccolgono le gemme, ricoperte di sporco, detriti, scarti di ciò che si cerca costantemente di lavare via: le straordinarie particolarità dell’esistente, non ammesso nell’uniformismo necessario al “progresso”.

Qui si parla di libri, e di un “rivendugliolo” dalla testa macchiata e il cappotto logoro: Jakob Mendel. Egli è un anziano ebreo che ha mantenuto degli studi da rabbino solo la posa e il dondolio con i quali legge: il suo unico dio si è moltiplicato nel politeismo di tutti i libri esistenti. Mendel conosce tutti i volumi, tutti, ma non legge per il contenuto, no: l’ebreo orientale ha nella sua mente il repertorio totale dei libri in titoli, veste editoriale, prezzo.

Egli non vive di cibo, se non di quello che gli serve per fare qualche passo tra un libro da cercare e uno da consegnare; non vive di denaro, oltre a quello utile per comprare un libro; non conosce le donne perché egli è consacrato a un sacerdozio laico, possessivo, ossessivo e totalizzante, in nome dei libri. E figuriamoci se Mendel possa mai avere il vizio del fumo. A chi lo osserva pare non avere neanche il piacere di vivere, o forse addirittura la vaga idea di essere in qualcosa chiamato “vita”, se non fosse che lì ci sono libri da reperire.

 Le sue consulenze, la sua rara facoltà, la sua mania totale, riescono ad eludere i confini tra basso e alto, ovest ed est; nemico, alleato. Ma eppur nel mondo si vive, e la pura astrazione in una sola idea è un’affascinante eventualità, ma forse si può solo sognare da svegli tale stato; alla fine, nessuno vuole considerare davvero che esistano dei propri simili che stando ai margini paiono riuscire a sfiorare con le dita una libertà trascendente. Ma quest’ultima è forse solo una fantasia di chi guarda a quei simili con invidia, stupore, e magari celato disgusto.

Ma poi, rifiutare la realtà è davvero il nirvana? Nascondersi da essa pare più simile all’oblio.

Un’idea romantica, un antieroe sudicio, quasi suicida inconsapevole, e un mondo che si rifà il guardaroba, l’arredamento, la coscienza. La memoria si incarna, si divinizza, e poi si tradisce con mano propria. Interrogativi e stranezze in una storia che è fiaba e opera in musica, dove si suonano gli strumenti cerebrali con un solo accenno di palpebra.

Veniamo a conoscenza di Jakob Mendel, quel prodigio della memoria, proprio grazie al ricordo, al fortuito caso che ha riportato un uomo sulle tracce di un cavillo fuggevole che si fa flashback e poi ricerca. Tra gli scenari nuovi di zecca di un mondo fatto dalla guerra, un ricordo affettuoso che sfugge, tra affaristi, burocrati, padroni di caffè.

Ogni cosa grida: “dimentica”, in un’Europa dove si producono nemici e si demoliscono le strutture del sapere e dell’umanità nel suo significato più profondo.

Ha più responsabilità la realtà che invade le esistenze altrui, o queste ultime quando non riescono a far fronte a ciò che succede intorno? Nel mezzo può restare in piedi solo la preziosità del rispetto, della pietà, della protezione verso le piccole “anomalie” che sono in realtà custodi di una dignità troppo spesso deprezzata.


Nota

Mendel dei libri è un racconto lungo: in quelle poche pagine si sentirà che non c'era bisogno d'altro.

CITAZIONE PER VOI

“Avrei dovuto sapere che i libri si scrivono solo per legarsi agli uomini aldilà del nostro respiro e per difendersi così dall’implacabile avversario di ogni esistenza: la caducità e l’oblio”.

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