lunedì 30 gennaio 2023

IL LUPO E L'EQUILIBRISTA

 di 
MAX SOLINAS

IL LUPO E L'EQUILIBRISTA di Max Solinas.
Ph Francesca Lucidi

  • Anno di Pubblicazione 2019
  • Edizione 1° 
  • Editrice Garzanti
  • Lunghezza stampa 175 pagine
  • Prezzo edizione cartacea 16,05€
  • Prezzo Ebook 9,99€
  • LINK ALL’ACQUISTO QUI

DALLA DESCRIZIONE EDITORIALE

“Così, un passo dopo l’altro, Chris insegna al lupo a fidarsi di nuovo della mano che gli offre il cibo e gli accarezza, non senza timore, il dorso peloso. A sua volta, il lupo, con movenze precise che derivano dalla legge del branco, guida il suo nuovo compagno alla riscoperta del mondo naturale, dei profumi, dei suoni e dei colori che cambiano al mutare delle stagioni."

PERFETTO PER chi ama la natura selvaggia e il rapporto con essa; per chi sente un legame particolare con gli animali. 

ADATTO PER tutti quelli che vogliono riscoprire sé stessi, e sarebbero felici di avventurarsi in un viaggio attraverso i boschi per sentire l'energia autentica della vita.

CONSIGLIATO A chi è un pò scontento di sé.

L’AUTORE

Scultura, natura, arte di vivere: questo è Max Solinas. 

Nasce nell’ottobre del 1963. Frequenta un corso di disegno di nudo e poi segue le suggestioni nate dall’incontro con il maestro di scultura trentino Silvano Ferretti. Successivamente, si iscrive all’Accademia delle Belle Arti, in un crescente interesse per la figura femminile e le sue forme evocative. Linee e volumi stilizzati traducono quella intima fascinazione. 

Solinas è ormai uno scultore affermato ma la sua attività rientra in una ricerca artistica più ampia, che comprende lo sguardo curioso, rispettoso e innamorato verso la Natura e le sue meraviglie. L’essenzialità, il rispetto, l’umile ascolto della musa ispiratrice di matrice montana guidano Max Solinas nel suo vivere e raccontare l’incontro con il creato. 

Attualmente vive e lavora a Cison di Valmarino, in Veneto, alla base delle Dolomiti. A fianco dell’artista, del montanaro, dello scalatore, dell’uomo… c’è lei: Arja la lupa.

IL LUPO E L'EQUILIBRISTA

NELLA PUREZZA, A RITMO CIRCOLARE

POTETE SBIRCIARE LA TRAMA, SEDETEVI E CHIUDETE GLI OCCHI (NON PROTESTATE… FIDUCIA!)

Chris è uno scalatore, ma non uno di quelli che si fondono con le montagne in una serena estasi di forze, velocità, pause, silenzi. Chris è molto conosciuto nel suo ambiente, e lo pagano bene per pubblicizzare attrezzatura all’ultimo grido mentre si attacca su pericolosi pendii, aggredendo le vette come se vi volesse trasferire le stesse ferite che lo lacerano, invisibili. Stona seduto in quegli aerei di lusso, Chris. Dopotutto egli è fatto di un materiale diverso da quelli sintetici che esalta con il suo lavoro: lui è un essere selvaggio, svuotato del suo istinto e della sua natura, ma pur sempre costituito di membra vive, con un odore, un calore specifico; necessità ammaestrate sotto lo scudiscio del ricordo, del dolore e del rancore. 

Ogni ritorno a casa, in quella casetta nel bosco, è speciale perché apre il cancello verso la libertà succulenta che gli dona da mangiare Francesca, la veterinaria con un corpo a cui manca qualcosa ma la cui anima si riempie di ogni bene, per poi donarlo nella materna cura instancabile di chi sa abbracciare la natura e i cuori senza mai stringere troppo, o far male. Ma un giorno, c’è qualcosa di diverso che aspetta Chris, e che Francesca ha permesso che Chris aspetti a sua volta: un lupo grigio sta nel recinto più appartato, e non mangia, e si muove poco. Gli ultimi ricordi della bestia sono flash accecanti, umilianti, violenti. Poi l’istinto, i denti, la caduta vertiginosa nel sogno senza risveglio di qualcosa che gli è stato ormai strappato… poi la confusione, la resa, il buio. 

Chris e il lupo hanno un vissuto comune: l’ammaestramento forzato. L’uomo faceva il suo lavoro e basta, per paura di non farlo; l’animale aveva provato ad essere ciò che il circo gli chiedeva, solo per un timore simile a quello di Chris. Entrambi agivano per un compenso; ma che fosse cibo o denaro, la motivazione strettamente legata a una necessità di sostentamento non basta. La paura di non avere quel sostentamento rende aggressivi, perché la paura genera solo altra paura, quella della perdita. Le necessità materiali fanno sopravvivere, ma per vivere serve essere ciò che si è, che non è per forza ciò che gli altri sarebbero in grado di accettare. 

Il lupo è un antico simbolo che dall’essere “forza” è divenuto “terrore”: ora il lupo fisico si riprende il suo ancestrale significato e senso per correre libero dove non vi sono colpe… perché la natura non conosce cattiverie ma solo peculiarità, ruoli, equilibri. 

Chris, dal canto suo, ha perso anch’egli il suo habitat: il paese è un luogo che ormai fa timore, come anche i rapporti con la gente, che evocano un passato che ammala e debilita. 

Le due creature così simili, anche se di diversa specie, conosceranno un cammino fisico e allegorico verso un vivere il momento che sarà furioso e pieno di meraviglie. 

Tra le montagne, il laboratorio di scultura di Nonno Egidio Maria, la baita del guardaboschi Angelo: un peregrinare lento che insegna il lettore a cogliere ogni segno che la Natura traccia per far seguire il percorso della vita autentica a chi ne sarà degno. In un modo dove il benessere spara alla volpe che “naturalmente” si avvicina a un pollaio, chi sarà così puro da saper dividere il pane? Specialmente quello “spirituale”, direbbe Henry David Thoreau.

/-/

Stasi, partenza, cammino; ma non cercate un arrivo.

“Ti voglio bene, lupo, e con te la natura tutta, quella con la N maiuscola, quella che in pochi conoscono, quella che non si nasconde a chi sa guardare e vedere, con l’animo libero, umile, sereno, desideroso, vero.”

Un uomo e un lupo che si incontrano sull’orlo del nulla: due “uno” che facendosi “due” tornano Essere Unico, multiforme, completo, capace di moltiplicarsi, emanarsi o donarsi al corso della pura esistenza delle cose che imperfette tornano nell’Unica Perfezione, partecipandovi con ruoli semplicemente veri, eterni perché parte di un insieme di ruoli a pari dignità, mai decisi da alcuno; tra incontri e scontri regolati solo dalle necessità superiori e mai corrotte dell’Anima Mundi. 

Nella perfezione dell’incontro di due nature mutilate: studio, riconoscimento, fusione e liquido sconfinare nella vita autentica, nella costituzione “naturale” del creato.… che non ha mai finto, non si è mai sottratto ai sensi di chi sa percepire il suo vivere, stare, muoversi. 

Gli odori, i suoni, i versi e le tracce non dicono bugie, però si deve essere disposti a camminare:

“Camminare era come una preghiera agnostica, libera, pulita.”

Il ritmo scorre lento, senza la pretesa di accelerare, ma sempre in senso circolare. La fedeltà sa aspettare, la lealtà si manifesta nel saper lasciare ogni presa, per poi rincontrare con un abbraccio che non è mai una stretta. L’amore qui non ha sesso, ma ha corporeità, sudore, afrore: si contorce in unioni che regalano la fecondazione di un’energia perpetua, che non conosce la morte perché si riconcilia con i ricordi, il passato, le tracce di eredità ricchissime e senza costo. 

Le parole sono semplici, come il pane e il miele, come il tea nero preso amaro mentre dalla finestra si riesce a spingere la vista oltre ogni limite, perché non si guarda con gli occhi ma con le mani. L’umidità del formaggio che si concede dal latte, il legno che nasconde una scultura, una schiena che racconta un’anima: nel dentro c’è già il fuori. Ciò che si toglie creando è anch’esso materiale costituente. 

“La vita è un gioco a somma zero”

Ci si trova in una favola? Ci sono animali, insegnamenti, pericoli e miracolose salvezze… però, è tutto vero. 

Solinas sublima la sua vita, e la rende l’atmosfera in cui respira la sua storia con tutti i personaggi. 

“L’arte non è una tecnica ma uno stato d’animo”

Tutto partecipa a un senso che non è complesso ma che, nonostante ciò, è colto raramente. 

“E allora Chris pensò che quella natura che gli uomini si affannano a sfidare, a conquistare e domare, doveva invece essere lasciata libera come un torrente cristallino che scorre lento e inesauribile dalla sorgente verso la foce.”

La speranza lascia spazio all’azione nelle stagioni delle emozioni. La libertà non è mai disordinata, è solo nata prima delle istituzioni umane che sono fatte da decisioni cieche.

 L’amore è incondizionato, ma mai cieco.


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martedì 24 gennaio 2023

GLI OCCHI DELL'ETERNO FRATELLO

 di 
STEFAN ZWEIG

  • Anno di Pubblicazione 2013 (1°1922)
  •  Prima edizione digitale 2014
  • Editrice Adelphi
  • Lunghezza stampa 73 pagine
  • Prezzo formato cartaceo in copertina flessibile 6,65€
  • LINK ALL'ACQUISTO QUI

Stefan Zweig, Gli occhi dell'eterno fratello

Ph Francesca Lucidi

DALLA DESCRIZIONE EDITORIALE

«Una riflessione sulla Giustizia e sulla sua impossibilità in una narrazione dal respiro ampio, in cui palpitano il divino e una natura incantata. Un libro amato da Hermann Hesse, che vedeva nella "leggenda indiana" dell'amico Zweig un'opera in sintonia con il suo "Siddhartha".»

L’AUTORE

Per la biografia di Stefan Zweig si rimanda a un precedente post: CLICCA QUI per leggerla.

 

UNA RICERCA: ILLUMINAZIONI CHE COSTANO 70 FRUSTATE

Temi, valori, riflessioni (che spesso confondono i saggi)

Non se eviti qualsiasi azione

Sarai davvero libero dall’agire,

mai potrai essere libero dall’agire

neppure per un solo istante.

(Bhagavadgita, Canto terzo)

La Bhagavadgītā (Canto del Beato) è un poema filosofico e religioso, contenuto all’interno dell’immenso poema epico Mahābhārata. È il testo sacro più noto e permeante per milioni di Indiani: nei suoi settecento versi, è raccontato il dialogo tra Viṣṇu e l’eroe panduide Arjuna, il quale è sgomento davanti alla responsabilità della guerra, del combattere fratello contro fratello.

Zweig racconta la sua leggenda indiana in contemporanea con l’uscita di Siddharta: la fascinazione della ricerca mistica, in contesto buddhista, è il pretesto per portare il lettore in un tempo lontano dove si sospende la vita conosciuta per considerare l’inconsiderabile, per approcciarsi all’eventualità che le risposte alla vita giacciano più vicine di quanto si sia mai percepito (o forse no?). Lo stesso Hesse, con il quale Zweig aveva intrapreso un profondo legame epistolare nel suo periodo svizzero, aveva definito questa opera dell’autore come in linea con Siddharta. È da dire, però, che nel caso di Gli occhi dell’eterno fratello non si sfiori una conciliazione; e che quelle risposte si mostrino con dolore, tra settanta frustate, tra morti innocenti, per poi sedere tra i cani ed essere dimenticate. È quindi chiaro che Zweig porti il lettore, ancora una volta, ad annullarsi e commuoversi nella catarsi, attraverso le azioni di uomini che dal clamore a un’umile capanna gridano giustizia verso il cielo e verso il proprio simile: una giustizia che è serpente che sfugge tra gli ambienti sfarzosi e poi angusti e putrescenti della storia di Virata.

Numerologia, reiterati passaggi, scandite evocazioni mistiche alla corte dei Birwagha. Lì dove un Re deve la sua salvezza a Virata, colui che nella sua vita assumerà i Quattro nomi della Virtù, per poi scomparire dai racconti e dagli scritti. Egli vive prima del Buddha, e sulla sua vita ci si interroga ossessivamente, insieme a lui, cercando di afferrarla quell’esistenza. Quale il senso delle azioni, quali le responsabilità? Virata salva il Re, ma uccide nella furia il suo fratello maggiore: è così chiamato “Lampo della spada”, ma quella spada la getta nel fiume e rifiuta di uccidere perché chiunque uccide un uomo uccide suo fratello. E proprio gli occhi della sua colpa lo seguono in ogni cosa che vede, restituendogli il riflesso di un pensiero così pesante da ancorare Virata alla terra; mentre cerca disperatamente di sfuggire ai ritorni in altre vite, di non vedere più quegli occhi morti che sono sulla faccia di chiunque, si fa così giudice e “Fonte della giustizia”. Ma non basta pensare di essere dalla parte dei giusti, o che le vasche che accolgono il sangue dei condannati siano divenute bianche: Virata incontra ancora quegli occhi. Quando vede un condannato alle prigioni implorare la morte… sputare sulla grazia, Virata comprende che ha rivisto quegli occhi perché ha agito secondo le parole altrui.

 La punibilità, la giustizia, la negazione della libertà… con quale diritto? Virata segue una sua evoluzione o solo una fuga dalla “sua” coscienza? Noi con esso ci troviamo destrutturati, e siamo fortunati a subire ciò. Virata sceglierà di andare nelle profondità della terra, scambierà la sua identità: si annullerà.

Nell’annullamento scompare la volontà, che è caos: dove c’è la volontà di vivere vi è paura, ed è su questo che si basa la consistenza del tempo. La brama della vita, il pungolo che spinge avanti la carovana degli esistenti con i loro carri carichi di ori, ricchezze, convinzioni, miserie.

Virata trasmuta in “Campo del Consiglio”, e le lodi alla libertà rilucono sulle sue labbra. Mentre è seduto però su una stuoia che è frutto del lavoro di uno schiavo: è questo che i suoi figli adirati gli ricordano. La giustizia è la pretesa del potere, e dove c’è potere c’è possesso: dove c’è possesso vi è legame con la vita degli altri uomini, se ne dispone. Fuggire, uscire dalla vita degli uomini e trovare nella foresta l’assenza del possesso, della violenza, della colpa. Ma anche gli animali sono violenti, e a Virata basta guardare fuori dalla sua misera capanna per vedere ovunque i semi della malvagità farsi germorgli. Egli è Stella della solitudine, Virata si fa contemplazione, libera dall’agire e dalle sue conseguenze.

Ad ogni passaggio, da sette anni in sette anni, pensiamo con Virata di essere mondi… ormai.

Poi altri uomini fanno lo stesso, e fluiscono fuori dal mondo per andare nella foresta. Una donna fuori da una capanna guarda con odio, con gli occhi morti dell’Eterno fratello: reiterati segnali, di come tutti si viva comunque negli altri, essendo tutti in quegli occhi morti.

Ma Dio? Se i testi sacri non parlano di diseguaglianze, ma non mancano di segnare le caste, Il Dio dalle mille forme sì, è lui ad avere il controllo dell’inizio e della fine delle cose. E se nel mezzo ci si è macchiati di una colpa, è poi alla divinità che deve tornare quel fardello: Virata sa come fare, ne è sereno…

Zweig mostra una storia di formazione che passa per il disfacimento, e si annuncia subito nel vessillo sepolto della memoria, così come è caro all’autore.

Un libro che non poteva avere una pagina in più, altrimenti altri anni si sarebbero susseguiti. Il senso pare lì, sempre su una mano tesa. Poi su quel dono improvviso due occhi gettano un’ombra: l’estinzione, il Nirvana, trascendono il “non atto” perché è attraverso i crediti degli atti compiuti che si torna alla matrice delle mille forme, probabilmente.

La storia di Virata non smette di interrogare il lettore, la società: il nostro piede è legato alla terra, e finché si è lì non si può dare nutrimento solo alla propria vita, pena la condanna a morte per fame degli altri viventi.

 CITAZIONE SCELTA PER VOI

“C’è sempre più conoscenza della verità nel dolore che nell’imperturbabilità di tutti i saggi.”

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venerdì 20 gennaio 2023

TUTTI MI DANNO DEL BASTARDO

 di
NICK HORNBY


  • Anno di Pubblicazione 2012
  • Edizione 1° edizione digitale (2013)
  • Editrice Guanda
  • Lunghezza stampa 80 pagine
  • Prezzo edizione cartacea 8,55€
  • Prezzo Ebook 1,99€
  • LINK ALL’ACQUISTO QUI

TUTTI MI DANNO DEL BASTARDO di Nick Hornby
Ph Francesca Lucidi

DALLA DESCRIZIONE EDITORIALE

“Charlie può solo sperare che l'ex moglie si stanchi presto di pubblicare il "Bastardo!" Soltanto un autore come Nick Hornby poteva regalarci un ritratto così riuscito della fine di un amore, il racconto tragicomico, brillante e molto umano, di quanto assurdamente complicata possa diventare la relazione tra due persone.” 

L’AUTORE

Nicholas Hornby è nato il 17 aprile del 1957 a Redhill, Surray, in Inghilterra. 

Quando era ancora molto giovane, purtroppo, vive il divorzio dei suoi genitori: evento che probabilmente gli permetterà di riflettere ancor di più sulle dinamiche familiari e di coppia in “tempi di crisi”. 

Si laurea in letteratura inglese all’Università di Cambridge, nel 1974, e in seguito inizia gli studi formativi per l’insegnamento. Mentre inizia il suo lavoro nelle scuole, lavora come giornalista freelance e critico musicale d’ambito pop. 

Tifoso accanito dell’Arsenal, racconta la sua passione/mania nell’autobiografico Fever Pitch, che riscuote un grande successo.

La sua prima opera narrativa è High Fidelity: la storia di un trentenne proprietario di un negozio dischi, ossessionato dalla collezione di LP rari. La pubblicazione diventa su terra inglese un best seller.

Nel 1998 esce About a boy, di nuovo un trentenne, di nuovo una vita isolata e problematica… ma anche qui la musica risuona a contornare incontri inaspettati che si armonizzano in una redenzione assolutamente umana. Dal romanzo è tratto il film omonimo del 2002. 

Seguono altre pubblicazioni: Come essere buoni (2001), Una lunga strada verso il basso (2005), Giulietta Nuda (2009); Funny Girl (2014), Just like you (2020). Scrive anche diversi saggi, permeati degli stessi elementi che caratterizzano la vita dei suoi personaggi: come Songbook (2002), dove presenta, analizza e racconta una sua personale playlist. 

Hornby è un consumatore di creatività, infatti scrive anche recensioni di libri per la rivista statunitense “The Believer”, pubblicate in Italia da “Internazionale”; l’editrice Guanda ne ha riunito una raccolta con il titolo Una vita da lettore (2006).

Il Nostro è anche uno straordinario sceneggiatore, infatti, firma An Education (2009), per il quale riceve una nomination agli Oscar; Wild (2014), tratto dal memoir di Cheryl Strayed; Brooklyn (2015), tratto dal romanzo di Colm Toibin. 

Per la tv scrive Love, Nina (2016) e State of the Union (2019): quest’ultimo mostra le sessioni della terapia di coppia di un duo, ovviamente sposato e in crisi. 

/-/

La novella Everyone’s reading Bastard è stata pubblicata nel 2012, precedendo la serie tv con il crudo e ironico racconto di cosa significa stare insieme, amarsi (forse), lasciarsi, odiarsi, o peggio… non riuscire più a “vedersi”.

 LO ZERO ASSOLUTO DI UN "BASTARDO" COME NOI

Temi, pentimenti, re-start

“Era facile trattare bene una bella donna al tavolo di un ristorante. Le angosce cominciano dopo, con i figli e la stanchezza e il monotono tran tran del matrimonio e della monogamia.”

Charlie ed Elaine decidono di divorziare tra le 9:30 e le 10:00 del mattino, in un caffè vicino alla scuola dei figli. La piccola Emily risponderà alla notizia con un “Ma va?”. Una vita di quieta disperazione… direbbe Henry David Thoreau. 

Subito si avverte noia, non c’è colpo di scena, dopotutto: “difficile, freddo, separato, triste”, il piatto, sarcastico e distaccato resoconto di una rottura che tirava da troppo tempo in crepe tese fino all’inverosimile. 

L’ironia è il tono del cinismo che recita sul palcoscenico del fin troppo noto a un qualsiasi lettore, o essere umano, che abbia vissuto abbastanza per aver testato l’ignoranza infantile nell’imparare, senza purtroppo averlo chiesto, che le cose spesso finiscono in una nuvola di niente, quando si è stati i primi a depersonalizzarsi, a livellare… senza una ragione che ricordi il perché. Nessuna sfuriata, dramma, lacrime: “NON PERDETEVI LA NUOVA FANTASTICA RUBRICA SETTIMANALE DI ELAINE HARRIS: BASTARDO”; sì, una moglie, ormai “ex”, una giornalista di costume che si adopera, appena una settimana dopo il divorzio, a far sapere proprio a tutti le atroci imperfezioni e le inappropiate dis-umane debolezze del partner, ormai cassato dalla lista degli ammessi alla tragicommedia del nascere, crescere, lavorare, procreare, morire. Beh, Charlie ha subito più il colpo del divorzio che della rubrica: in fine, perché fingere, ormai, quando tutti ti hanno visto nudo, un neonato essere umano rimesso al mondo da capo. Via le finzioni, via gli sguardi di traverso e le chat a tarda notte: l’attore si toglie il cerone dal viso, l’abito bello, gli stivaletti di marca, la voce da padre o membro della società con tutti i requisiti richiesti. 

“Charlie credeva che l’intollerabile potesse sempre essere tollerato ancora per un po'.”

La comoda poltroncina dell’inettitudine, mentre su Facebook si ricerca una compagna delle elementari, per farci sesso, e con buona fortuna riuscirci anche. Ma Elaine, che già da tempo infilava nei suoi articoli piccoli, ma inequivocabili, riferimenti a Charlie è anch’essa costretta a togliersi il bel vestito della scena per mostrare i segni delle lacrime sul cerone da spettacolo: “Mi ero arresa”, così ripercorre le motivazioni dell’inizio della relazione con l’ex marito. Mettersi con qualcuno per paura di stare soli, per far vedere a un altro ex ancora che si è voltato pagina; sposarsi perché è ora e mettersi in una marcia più o meno segnata che porta alla convivenza e alla genitorialità. 

Tutti leggono “Bastardo”: il padre insipido, il porco, poi l’amante inetto. Ma Charlie ha già subito il colpo mortale dal cecchino invisibile; adesso pare tutto così chiaro, e dal sudore freddo la riscoperta del sapore delle cose, belle quando sono nuove, impacciate, reali. Tutti incitano Charlie alla rivalsa, persino una certa “Stronza”, bella, fragile, assolutamente considerabile per fare sesso, per la prima volta riverginati dalla rottura della cortina del fasullo. 

Guardare indietro fino a quando un matrimonio era solo nell’aria. Amore? Passione? Semplice interesse, per lo meno? No: 

“L’avevano rovinata: era stata a letto con troppi uomini, che le avevano mentito, l’avevano delusa, avevano finto di amarla e ammirarla, invece volevano solo trasformarla in qualcos’altro.”

Questa è Elaine, ora Charlie ci vede chiaro. Chi è la vittima? 

Non succede poi molto in questa novella, perché già è successo tutto. 

Hornby è l’onesto garzone della ditta di traslochi: ti impacchetta quello che può stare in una vita e te lo cataloga e accatasta, bello ordinato, poi prende lo specchio quello grande e te lo piazza davanti, dicendoti: “Questo dove lo mettiamo?”

Compassionevole parabola di ordinaria mediocrità, dove però riluce una morale, una possibilità di ascendere all’essere sé stessi.

“Charlie non aveva mai passato molto tempo a chiedersi cosa volesse per sé stesso. Gli era sempre sembrato ovvio.”  


Ma attenzione, Elaine forse ha un ultimo asso nella manica.

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giovedì 12 gennaio 2023

SIGNORINA ELSE

 di 
ARTHUR SCHNITZLER

  • Anno di Pubblicazione 2018 (1°1924)
  • Editrice Feltrinelli
  • Lunghezza stampa 96 pagine
  • Prezzo stampa 7,60€
  • Prezzo Ebook 1,99€
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SIGNORINA ELSE di Arthur Schnitzler
Ph Francesca Lucidi

DALLA DESCRIZIONE EDITORIALE

"Nei singoli uomini non si è verificata la benché minima trasformazione, non è accaduto altro se non che diverse inibizioni sono state spazzate via e che ogni specie di mascalzonate e furfanterie possono essere commesse oggi con un rischio relativamente minore, in ogni senso sia morale che materiale, di quanto non accadeva in passato. Inoltre, si parla un po' più di cibo e di denaro." (Arthur Schnitzler, 1924).

L’AUTORE

Arthur Schnitzler nasce a Vienna il 15 maggio del 1862, in una famiglia ebrea. La madre, Louise Markbreiter è un’ottima pianista e infonde il sentimento musicale nel figlio; il padre Johann è un laringoiatra che introduce il figlio alla carriera in ambito medico. I due poli influenzano e permeano la vita di casa Schnitzler, dato che Johann è il medico di diversi celebri cantanti.

Arthur mostra precocemente l’attitudine all’osservazione, alla percezione dell’interiorità in relazione alle esperienze esteriori, e alla società. A soli diciassette anni tieni un diario sulle sue esperienze sessuali; critica poi attraverso le sue opere anche la vita militare, venendo radiato dall’esercito dove ricopriva il ruolo di tenente medico. Con la morte del padre riesce ad abbandonare l’impiego in ospedale: molteplici sono le suggestioni che affascinano e affaccendano Schnitzler, tra cui la psicanalisi e l’ipnosi. Lo stesso Freud è ammaliato dalla figura dell’autore.

Il 26 luglio del 1928 sua figlia si suicida a Venezia, dove abitava con il coniuge italiano. Tre anni dopo, Arthur Schnitzler muore a causa delle conseguenze di un ictus il 21 ottobre del 1931.  

 

DIECI, CENTO, MILLE CARTINE DI “VERONAL”

QUESTA VOLTA… TUTTO D’UN FIATO

Temi, valori, riflessioni

“Una carezza distratta quando si è tanto belline, un po' di apprensione quando si ha la febbre, poi ti mandano a scuola, a casa t’insegnano il francese e a suonare il piano, d’estate ci si trasferisce tutti in campagna, ti fanno regali per il compleanno e a tavola impari ad ascoltare tanti bei discorsi. Ma di ciò che si agita in me, dell’ansia che mi divora, vi siete mai preoccupati?”

Else ha diciannove anni, fa parte di una famiglia austrica borghese, ha un fratello maggiore che andrà in Olanda a vivere la sua vita, il padre è avvocato, e sua madre passa le giornate ad organizzare cene ed eventi che non possono permettersi. Cara madre… lì a dare anticipi per poi non pagare mai; caro papà, a giocare in borsa e a giocare con la vita di tutta la famiglia. Trentamila fiorini il costo per la salvezza, caro papà. L’unico che può fare un prestito, l’ennesimo, è il Signor Dorsday, un amico di famiglia vecchiotto, che scruta Else attraverso un monocolo che riluce dello scopativismo di una società in cui le donne non scelgono… ma la Else nello specchio conosce la scelta. Cara mamma, non manchi di ricordare ad Else come Von Dorsday abbia una predilezione per la “cara bambina”: un telegramma arrivato al Grand Hotel di San Martino di Castrozza, dove tutti sono in vacanza, felici, morti. Lì Else si trova davanti alla responsabilità di salvarti, papà: nuda a mezzanotte, nel bosco o in camera, purché il monocolo abbia la merce per il prezzo pattuito.

Else:

“Caro papà, quante preoccupazioni mi dai. Avrà mai tradito la mamma? Come no! E più di una volta. È così sciocca la mamma. Non sa nulla di me. Come gli altri, d’altronde.”

Una diafana e giovane snob, dalle belle spalle, dalle gambe sensuali: una vergine, una "prostituta" che mai però è stata violata attraverso quel sigillo di purezza che la natura dona alle donne, come dannato potere di scelta, forse poche volte davvero libera. Un lungo monologo interiore; un flusso di coscienza dove si intervallano solo le parole degli altri, che risuonano come lontane o tremendamente vicine e invadenti. Dove la psicanalisi e James Joyce hanno aperto un varco, l’autore accompagna in una danza macabra accarezzata dalle note di Schumann. Il paesaggio della montagna fa da scenario, mutevole: da confortante fatata visione a espressionismo incalzante che deforma i profili dell’orizzonte, le ombre degli alberi, la sensazione dell’erba contro la pelle… nuda.

Else è così giovane, e parla di sé stessa come di un millenario essere vivente, che mille vite ha vissuto, nella sua fantasia. Ha pulsioni Else, e ribrezzo per la vecchiaia, e fascinazione per i “tipi poco raccomandabili”. Una sera un battello la vide nuda su un balcone, mentre si accarezzava i fianchi. Else si sente viva, quando sta sola con la vera sé. Un Es e un Io che si mettono faccia a faccia, davanti a uno specchio: nella scena magistrale in cui Else si prepara per il “compratore”. Trentamila fiorini, poi cinquantamila… e poi il Veronal. E Paul? Caro cugino che accarezzi Else con parole suadenti, tra un incontro e l’altro con la tua amante sposata con figlia al seguito. La zia ricca ha pagato la vacanza, ma non sa che i soldi per la famiglia di Else non bastano mai.

Else si vede moglie, amante, prostituta, bambina. “Un cortese sorriso prima di ritirarsi in buon ordine”: ma questa volta Else ha in serbo uno spettacolo in grande stile… perché no? Se lui deve vederla nuda, vederla prostituta, perché non invitare tutto l’hotel, il mondo intero, il caro papà.

Una Salomè, una Elettra, una donna che attraverso il suo sesso si punisce per punire. Il borghese ben pensante taglia la testa alla santità dell’essere, alla natura pura di ogni personalità. Il controllato e il controllore perdono il controllo, la via di mezzo che non riesce a contare quante dosi di Veronal possano passare da sonno a morte. La colpa è di tutti, e i Doppelgänger si moltiplicano tra pellicce, poltrone, piatti succulenti.

SIGNORINA ELSE di Paul Cnizzer

Else è una, e poi doppia. L’unico amore carnale che vivrà sarà quello con sé stessa: schiacciare il suo seno contro quello del suo riflesso, su un gelido vetro che lascia l’amplesso incompiuto. Nel momento in cui una personalità si affaccia al mondo, quest’ultimo non dona in premio la vita identitaria, unica, ma una crisi isterica, un delirio che porterà Else a sacrificarsi contro un progresso che ha ben apparecchiato un corteo funebre di tutto rispetto, per i valori, quelli che non si dividono tra bene e male ma tra vero e fasullo. “Salvatemi.”

Medico, scrittore, drammaturgo: Schnitzler è un osservatore disinibito, un cantore della società senza alcun filtro, ma con una composta compassione che scaturisce semplicemente dalla messa a nudo schietta e cruda dei pensieri e delle emozioni che si agitano nella psiche, con pari dignità. E in questa assenza di meschinità riesce a narrare gli ambienti interiori con incredibile onestà, senza tralasciare alcun romantico o distruttivo tratto. Nella fotografia di ambienti esteriori rilucenti, provocanti… soffocanti, si può entrare nella pelle dei figuranti del mondo borghese, per riscoprire un’umanità a cui Schnitzler non permette più di dire bugie, di essere morti in vita. Onore e gloria al disfacimento, pur di dare alle fiamme quella immagine statica e dorata di un mondo che si distrugge dal di dentro trasformando desideri e innate pulsioni in frenesie, manie, patologici isterici tentativi di essere ciò che la società, e le convenzioni, decidono prima che mai possa avere assoli la voce interiore di ognuno.  

AL CINEMA

Dalla novella è stata tratta una versione cinematografica, in muto, nel 1929. Il regista è Paul Cnizzer. Il bianco e nero e l’assenza di parlato dirompono attraverso la figura dell’interprete, Elisabeth Bergner: poche ore in cui essere catapultati in una vita, intera, e poi spezzata… moltiplicata ed estinta. I campi lunghi e i gesti, gli sguardi degli attori di sfondo fanno sentire lo spettatore partecipe di un voyeurismo che inebria, sciocca, imprigiona. 

Anche senza l’ausilio del voice off, il monologo interiore della novella riesce a mutarsi e ad esserci, a farsi palesemente esperienza, solo grazie a un cambiamento nello sguardo, a un incedere diverso, a uno stringere delle dita che porta in sé il racconto di ragionamenti e poi crisi che non lasciano scampo.

Dal lavoro di Arthur Schnitzler, precisamente dalla novella Doppio Sogno, è stato tratto anche il noto Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick.

IN MUSICA

Nel pieno rispetto delle evocazioni della novella, dove la musica è contrappunto dei contrasti interiori, il gruppo italiano Marlene Kuntz ha sonorizzato il film Fräulein Else, suonando dal vivo le note che abbracciano tutta la proiezione. Ho assistito ad uno di questi spettacoli… e non posso che tacere tanta la meraviglia e la violazione di tabù che in me ha provocato: stupendo!

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mercoledì 4 gennaio 2023

MENDEL DEI LIBRI

di 

STEFAN ZWEIG

  • Anno di Pubblicazione 2016 (1° 1929)
  • Edizione 1° edizione digitale
  • Editrice Garzanti Libri
  • Lunghezza stampa 96 pagine
  • Prezzo Ebook 1,99€
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MENDEL DEI LIBRI di Stefan Zweig

DALLA DESCRIZIONE EDITORIALE

“Nella Vienna di inizio Novecento non c’è appassionato lettore, studioso, esperto bibliofilo che non sappia chi è Jakob Mendel, vero catalogo vivente di tutto ciò che su di un libro sia mai stato stampato.

[…]

Nella vita reale egli è solo, completamente incapace di ogni iniziativa concreta e sensata: siede al tavolino di un vecchio caffè, dove ha installato il suo quartier generale e da dove prodiga la propria esperienza a chiunque gli faccia visita.”

L’AUTORE

Stefan Zweig nasce il 28 novembre del 1881 a Vienna, da un’agiata famiglia ebraica.

Si iscrive all’Università di Vienna alla facoltà di Filosofia, che continua a Berlino. Dopo la laurea compie una serie di viaggi in Europa, Asia e America. In seguito, sposa Friderike Maria Von Winternitz.

Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale arriva, traumatizzando l’Europa e lo stesso Zweig che nel 1917 si sposta in Svizzera e vi rimane fino alla fine della guerra. Durante il soggiorno mantiene contatti con personaggi come James Joyce ed Hermann Hesse.

Torna nella sua terra, a Salisburgo, e si attiva in ambito pacifista. Ed è proprio in quel momento che inizia a godere di un grande successo. Acquista diversi manoscritti originali, e tra gli autori spiccano Bach, Mozart, Beethoven.

Zweig, smette poi di essere, per una parte di mondo, la brillante mente che aveva mostrato di essere: è solo un ebreo. Con l’ascesa di Adolf Hitler, le sue opere iniziano ad essere bersaglio della censura, dell’odio. All’annessione dell’Austria alla Germania Zweig si sposta a Londra, dove chiede ed ottiene la cittadinanza britannica.

Dopo il divorzio, sposa la segretaria Lotte, con la quale si trasferisce prima a New York e poi in Brasile. Proprio lì, nella città di Petrópolis, si suicida insieme alla moglie il 22 febbraio 1942: li trovano sdraiati, sereni, come addormentati. Una dose letale di barbiturici ha messo fine alle incontrollabili crisi depressive e al dolore che lacerava l’artista, l’ebreo, l’uomo, consapevole del dramma inarrestabile e incancellabile in cui è sprofondato il mondo.

QUESTA VOLTA… TUTTO D’UN FIATO

Temi, valori, riflessioni

Vienna, la Grande Guerra ha distrutto, ricostruito, cambiato. Una pioggia incessante spinge un uomo in un caffè, e poi in un labirinto di sentori, ricordi e sensazioni. Una stufa in ghisa e un tavolino: la ricerca comincia.

La memoria e le ricchezze del mondo che si celano in angoli angusti, in volti persi nell’anonimo sfondo di giornate qualunque; tesori inestimabili, e brillanti, camuffati tra le ombre delle azioni dell’uomo, azioni per il progresso o per la regressione che le guerre portano a tutti, tesori compresi. E lì, tra le spaccature di una vita che va avanti da sola, vi sono persone che si cibano di pochi panini a due soldi, gesti minimi, invisibili movimenti fagocitati dalle alleanze del mondo superiore, strette tra di esse in nome di regole, doveri, motivazioni che non tengono conto del brulicante bassissimo fondo del mondo che invece sta al di sotto, di tutto. E proprio in quel fondo si raccolgono le gemme, ricoperte di sporco, detriti, scarti di ciò che si cerca costantemente di lavare via: le straordinarie particolarità dell’esistente, non ammesso nell’uniformismo necessario al “progresso”.

Qui si parla di libri, e di un “rivendugliolo” dalla testa macchiata e il cappotto logoro: Jakob Mendel. Egli è un anziano ebreo che ha mantenuto degli studi da rabbino solo la posa e il dondolio con i quali legge: il suo unico dio si è moltiplicato nel politeismo di tutti i libri esistenti. Mendel conosce tutti i volumi, tutti, ma non legge per il contenuto, no: l’ebreo orientale ha nella sua mente il repertorio totale dei libri in titoli, veste editoriale, prezzo.

Egli non vive di cibo, se non di quello che gli serve per fare qualche passo tra un libro da cercare e uno da consegnare; non vive di denaro, oltre a quello utile per comprare un libro; non conosce le donne perché egli è consacrato a un sacerdozio laico, possessivo, ossessivo e totalizzante, in nome dei libri. E figuriamoci se Mendel possa mai avere il vizio del fumo. A chi lo osserva pare non avere neanche il piacere di vivere, o forse addirittura la vaga idea di essere in qualcosa chiamato “vita”, se non fosse che lì ci sono libri da reperire.

 Le sue consulenze, la sua rara facoltà, la sua mania totale, riescono ad eludere i confini tra basso e alto, ovest ed est; nemico, alleato. Ma eppur nel mondo si vive, e la pura astrazione in una sola idea è un’affascinante eventualità, ma forse si può solo sognare da svegli tale stato; alla fine, nessuno vuole considerare davvero che esistano dei propri simili che stando ai margini paiono riuscire a sfiorare con le dita una libertà trascendente. Ma quest’ultima è forse solo una fantasia di chi guarda a quei simili con invidia, stupore, e magari celato disgusto.

Ma poi, rifiutare la realtà è davvero il nirvana? Nascondersi da essa pare più simile all’oblio.

Un’idea romantica, un antieroe sudicio, quasi suicida inconsapevole, e un mondo che si rifà il guardaroba, l’arredamento, la coscienza. La memoria si incarna, si divinizza, e poi si tradisce con mano propria. Interrogativi e stranezze in una storia che è fiaba e opera in musica, dove si suonano gli strumenti cerebrali con un solo accenno di palpebra.

Veniamo a conoscenza di Jakob Mendel, quel prodigio della memoria, proprio grazie al ricordo, al fortuito caso che ha riportato un uomo sulle tracce di un cavillo fuggevole che si fa flashback e poi ricerca. Tra gli scenari nuovi di zecca di un mondo fatto dalla guerra, un ricordo affettuoso che sfugge, tra affaristi, burocrati, padroni di caffè.

Ogni cosa grida: “dimentica”, in un’Europa dove si producono nemici e si demoliscono le strutture del sapere e dell’umanità nel suo significato più profondo.

Ha più responsabilità la realtà che invade le esistenze altrui, o queste ultime quando non riescono a far fronte a ciò che succede intorno? Nel mezzo può restare in piedi solo la preziosità del rispetto, della pietà, della protezione verso le piccole “anomalie” che sono in realtà custodi di una dignità troppo spesso deprezzata.


Nota

Mendel dei libri è un racconto lungo: in quelle poche pagine si sentirà che non c'era bisogno d'altro.

CITAZIONE PER VOI

“Avrei dovuto sapere che i libri si scrivono solo per legarsi agli uomini aldilà del nostro respiro e per difendersi così dall’implacabile avversario di ogni esistenza: la caducità e l’oblio”.

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venerdì 30 dicembre 2022

IL DIAVOLO E LA SIGNORINA PRYM

IL TERZO CAPITOLO DELLA TRILOGIA E NEL SETTIMO GIORNO...
DI  
PAULO COELHO

Il Diavolo e la Signorina Prym di Paulo Coelho

  • Anno di Pubblicazione 2005
  • Edizione 1°2000
  • Casa Editrice Bompiani, quattordicesima edizione
  • Num. Pagine 170
  • Copertina rigida con sovraccoperta

ATTUALMENTE IN COMMERCIO edito da La Nave di Teseo
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DI COSA PARLA?
L’eterna lotta tra il Bene e il Male incarnata nelle false certezze di gente qualunque. Un villaggio di montagna, piccolo, chiuso, dove tutti si conoscono. Il paesaggio è sempre uguale a sé stesso, e tutti i residenti, ormai spogliati della gioventù che ha deciso per una vita lontana da lì, hanno il loro ruolo; accettando tacitamente di essere destinati ad estinguersi, anche perché si riscoprono sempre inadatti a combattere davvero perché qualcosa possa essere differente: è una “competizione inutile”.
 Viscos sembra il paradiso, così la pensano i turisti. Ma poi i forestieri vanno sempre via, e lasciano i paesani con i problemi che hanno deciso di ignorare, e la vista delle montagne che stanno lì immobili, e niente cambia mai. 
Berta vede tutto ciò ogni giorno, seduta davanti alla porta di casa, ma lei non guarda passivamente, vigila. Sa che l’attesa è necessaria, è stata avvertita. 
Uno straniero compare a spezzare la monotonia della fisionomia di Viscos: un piccolo zaino sulle spalle, con il bagaglio sufficiente solo per pochi giorni, pensa Berta. Infatti, sette giorni sono sufficienti per far soccombere Viscos al demonio. Berta lo vede: il diavolo.
Un piccolo cambiamento, un viso nuovo che racconta storie accattivanti. Il nuovo, e unico, ospite dell’albergo sa sedurre i suoi ascoltatori. Tutti sono fissi con gli occhi su di lui, anche se non ne comprendono l’ironia, lo scherno. Gli abitanti di Viscos pensano di stare godendo di una innocente distrazione; ma la Signorina Prym, la giovane cameriera che è solita elemosinare attenzioni dai clienti sognando una fuga senza ritorno, sa chi è lo straniero. 
La Signorina Prym si ritrova complice di un esperimento… una sfida: sette giorni per dimostrare che la gente è fondamentalmente cattiva. Undici lingotti d’oro la posta pattuita, uno per rubare, dieci per uccidere. 
Il diavolo dello straniero è nato dal dolore, si nutre di rancore, e di dubbi. Se il Bene non può vincere allora tutti sono destinati alla sofferenza, e forse chi è consapevole della propria sentirà un po' di sollievo. 
Quale è il gioco di Dio? Viscos è già stato maledetto e salvato una volta: al posto della forca fu eretta una croce, ma la Signorina Prym sa che il tempo della forca è tornato. 
Neanche duecento anime, di cui una maledetta, una condannata, una orfana e perduta; una che si crede padrona di tutta la terra, una della verità. Un lupo ha assaggiato il sangue, ed è stato maledetto. 
Tra inferno e paradiso, uomini e donne alla ricerca del colpevole, della volontà di Dio, del perdono, della risposta definitiva: chi è stato? e chi lo ha deciso?
Il Bene e il Male non hanno mai celato le risposte. Un solo uomo, una donna, il mondo intero… non c’è alcuna differenza: tutti sono uguali in quanto a responsabilità. Viscos deve giocare la sua partita.


APPROFONDIAMO
Un notabile lo interrogò: “Maestro buono, che devo
Fare per ottenere la vita eterna?”
Gesù gli rispose: “Perché mi dici ʻbuonoʼ? Nessuno è
Buono, se non uno solo, Dio.”
Luca, 18, 18-19
La citazione biblica che l’autore ha scelto per introdurre la storia parrebbe contenere la soluzione al dilemma se l’uomo sia buono o cattivo. Troppo semplice. Tutto finirebbe in un baleno e il racconto non avrebbe ragion d’essere. Allora ci sta dicendo che anche Gesù è cattivo? Beh, egli è Dio che si è fatto uomo, e anche questa potrebbe essere una falsa pista. 
Coelho è solito partire dalle religioni, da Dio e dalle interpretazioni che di lui hanno fatto gli uomini. 
Questa sì, è una vicenda di uomini, e donne. E Dio viene chiamato in causa da tutti, e ognuno pensa non di darsi le giuste risposte ma di farsi le giuste domande. 
Nell’antica Persia si raccontava del Dio del Tempo, e che dalla sua preghiera nacque un figlio. Non si sa a chi si rivolga l’Onnipotente, ma forse si può intuire se si arriva alla fine della lettura e si comprende il fulcro: una riflessione sulla reale libertà personale, chiunque se ne trovi coinvolto, con la propria volontà. 
Il Dio del Tempo pianse, certo dell’equilibrio fragile delle cose: nacque un secondo figlio da quel pianto. 
“La leggenda narra che, dalla preghiera del Dio del Tempo nasce il Bene (Ormazed) e dal suo pentimento il Male (Ahriman), due fratelli gemelli.”
Il Bene, però, avrà un alleato: la razza umana. 
Le vicende dell’Eden, capovolgeranno questa idea, e l’uomo diverrà un’inerme strumento del Male.
Coelho è un eccezionale cantore della storia dell’uomo e dei misteri del cosmo, e anche questa volta lo dimostra. E la leggenda, le credenze, vengono da lui riportate ancora una volta alla luce, perché l’uomo è così perso tra le sue due mani da perderne il collegamento ininterrotto con il pensiero, lo spirito, la volontà; e le mani già esistite o che devono ancora esistere. 
Coelho è un divulgatore, ma non un consigliere. Egli non propina soluzioni originali o inedite, ricorda agli altri ciò che essi hanno dimenticato, e lo fa con il suo stile poetico, a volte duro, altre volte criptico; ma quest’ultimo tratto serve solo a stimolare una motivazione assopita, addomestica, deviata. Una consapevolezza che si è persa tra le mille certezze che l’uomo ha messo davanti a sé per difendersi da quel destino a cui dà sempre la colpa. 
L’uomo sa essere cattivo, come i demoni cinesi che trasmettono la sofferenza agli altri per vendetta. Ma il più delle volte si cerca un colpevole assoluto che non può esistere. Forse no. 
Di assoluto non vi è nulla nelle storie di Coelho, ci sono piccolissimi personaggi, quasi insignificanti: essi stanno a dimostrare quanto ogni essere del creato non sia mai impotente, o poco importante.
Gli uomini timorati, così preoccupati a scoprirsi innocenti, di diritto. Ma Coelho fa riflettere se la virtù sia solo una faccia del terrore. Bene o Male, l’importante è che sia l’assoluto a fare e disfare le faccende del mondo, così pensano i personaggi. 
Dal grande al piccolo, e dal piccolo al grande; i quattro angoli della terra, e un piccolo villaggio dei Pirenei.
Le dimensioni, lo spazio: se nei pantaloni abbiamo due tasche… cosa scegliere per riempirle entrambe?
NOTA
Il Diavolo e la Signorina Prym è l’ultimo libro della trilogia E nel settimo giorno…; gli altri due sono Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto (1994) e Veronika decide di morire (1998). Coelho è chiaro: “La sfida non attende. La vita non guarda indietro. Una settimana è un periodo di tempo più che sufficiente per decidere se vogliamo accettare o no il nostro destino.” Ancora una questione di dimensioni. Parabole creazionistiche quotidiane, per ritrovare il divino ruolo di persone normali. 

CITAZIONI PER VOI
 da IL DIAVOLO E LA SIGNORINA PRYM 

“Il tuo problema non è esattamente la giustizia di Dio,” disse l’uomo. “Ma il fatto che hai sempre scelto di essere una vittima delle circostanze. Conosco molta gente in questa stessa situazione”.

“Il Bene e il Male hanno la stessa faccia. Tutto dipende dal momento in cui attraversano il cammino di ogni essere umano.” (Sulla storia de L’ultima cena di Leonardo).

“È sempre più facile udire un’offesa e non ribattere, piuttosto che avere il coraggio di battersi con qualcuno di più forte: si può dire di non essere stati colpiti dalla pietra che ci hanno scagliato.”

“Se vince il Male, anche se si tratta di un villaggio dimenticato, con tre strade, una piazza e una chiesa, esso può contagiare la valle, la regione, il paese, il continente, i mari, il mondo intero.”

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mercoledì 21 dicembre 2022

KRAMPUS

 DIAVOLI CUSTODI  
di
Luisa Rainer Chiap

Krampus, diavoli custodi. Di Luisa Rainer Chiap

Ph. Francesca Lucidi

  • Illustrazioni di Linda Simionato 
  • Anno di Pubblicazione 2021
  • Edizione 1°
  • Casa Editrice Editoriale Programma
  • Prezzo di copertina €9,90
  • Num. Pagine 151
  • Illustrato
  • Copertina Flessibile con sovraccoperta

L’AUTRICE

Luisa Rainer Chiap è di origine friulana e la sua prima formazione sboccia dall’archeologia e l’antropologia forense. La sua necessità di scoperta la porta a spaziare tra filosofie, ricerche incessanti. La scienza antica la avvinghia per poi trovarsi essa stessa abbracciata dallo spirito curioso e mai sazio dell’autrice. La Chiap, dal 2015, inizia anche studi inerenti alla zooantropologia, la neurobiologia delle emozioni e la medicina narrativa: le parole che curano divengono così il suo nuovo codice da decifrare e condividere.

DALLA QUARTA DI COPERTINA

“Creature antiche e misteriose, la cui storia millenaria si perde tra le ombre del tempo e della tradizione alpina, carica di leggende e magia… Questo libro cerca di raccontare chi sono e soprattutto chi sono stati i Krampus.”

TEMI E ORGANICA

I Krampus, i mostri che la notte del 5 dicembre scendono tra la gente per “punire” i cattivi, ma soprattutto per dar vita a un “risveglio”. Le creature sono mostrate come esseri corporei e come racconto: il lettore sentirà suonare i campanacci e proverà sulla sua pelle il tocco della verga, ma tutto avrà il suo senso nell’ incontro unico con una tradizione antica quanto il mondo e le sue ragioni. 

Una struttura arborea che dipana le sue ramificazioni attraverso l’analisi storica, la descrizione degli aspetti simbolici e le testimonianze.

I Krampus si scuotono tra le pagine, rivivono grazie alle voci di chi ancora ne veste le pelli e ne incarna la frenesia. Lo spirito degli esseri limitanei trova nuova dignità grazie alle ricerche dell’autrice, che mai si accontenta di una spiegazione delineata. Ciò che oggi si mostra a chi partecipa alle apparizioni dei Krampus, in alcune zone del Trentino, del Veneto, del Friuli; nei paesi di lingua tedesca, e spingendosi fino alla Slovenia e alla Croazia, non è solo una manifestazione ludica, uno spettacolo per intrattenere. La Chiap riapre lo sguardo umano verso ciò che religioni, leggi e timori hanno cercato di soffocare: l’afrore dell’antica anima di tutte le cose, la magia spaventosa, severa e al contempo materna e compassionevole delle energie che regolano il respiro di ciò che vive, muore, feconda e si trasforma. I Krampus vengono così liberati dalla fama di diavoli ammansiti per tornare a essere i “nobili mostri” che racchiudono nel loro sguardo celato la storia di molti popoli ormai diversi, che tornano a esseri fratelli nella resurrezione di un inconscio collettivo che si fa gruppo, e si ricongiunge per ritrovarsi e sopravvivere alla catalessi collettiva iniziata con le censure e ora adagiata sulla fredda e artificiale ragnatela dell’era tecnologica, che in essa ci avviluppa per normalizzarci e, forse, farci scomparire. 

I KRAMPUS

LE ORIGINI

Un uomo alto, munito di barba bianca e bastone pastorale, regge un libro di nomi. Nel volume, ogni bambino ha scritto il suo destino. Dietro al mantello dell’uomo spuntano i “diavoli”, creature sottomesse da ammansire, sfruttare e poi richiudere ancora per un altro anno. Questo ruolo dei Krampus è in realtà molto recente: le sfilate chiamate Klaubauf, si sono sviluppate in Tirolo solo nel XVIII secolo, mentre le Perchten di origine bavarese e le Recite di San Nicola non vanno indietro oltre il XVII secolo. 

La leggendaria figura di San Nicolò nasce dalla fusione di due personaggi realmente esistiti: il vescovo Nicola di Myra in Licia, nell’odierna Turchia (VI sec.), e l’abate Nicola Sionita, vescovo di Pinara (VI sec.). Da essi scaturisce così l’unica mitica figura (dal VI sec.) di cui Myra conservava le reliquie trasudanti un olio medicamentoso. Dopo diversi viaggi per essere sottratto agli infedeli, ora le sue spoglie sono conservate a Bari. San Nicolò è il patrono degli scolari, l’amico dei bambini, e un generoso latore di doni. 

Originariamente, i fanciulli venivano invitati a pregare per poi ricevere doni; se ne hanno testimonianze dal XV secolo, proprio nei luoghi dei Krampus. Dalla Controriforma, anche le scuole religiose presero a diffondere questa usanza: un umo vestito da vescovo distribuiva doni agli scolari. I Gesuiti, votati all’educazione ecclesiastica, furono i primi a pensare questa pratica ben accolta.

Nel Seicento, le folkloristiche “Cacce Selvagge”, che assumo nomi differenti a seconda delle zone d’origine, vengono assorbite dalla tradizionalità cristiana tramutandosi in celebrazioni delle gesta di San Nicola. I numerosi cortei che nei territori dei Krampus portavano scompiglio e furore tra le strade, nel periodo natalizio, vennero normalizzati gradualmente. Si sa che quando gli attori inscenanti entravano nelle case, l’erotismo e il chiasso potevano diventare “pericolosi”. La gente fu spogliata della privata esperienza del furore dei giorni solstiziali e fu portata in strada, per subire un controllo che avveniva attraverso la costruzione di una storia diversa. Anche nel territorio friulano, San Nicolò assunse un ruolo d’onore, come testimoniano le numerose chiese a lui dedicate. Il Dio della Natura, Pan, fu sostituito, dimenticato. 

La leggenda più diffusa narra di un gruppo di giovani che girovagava e spaventava la gente, grazie a pesanti travestimenti, per rubacchiare. Il diavolo si insinuò tra loro, ma fu riconosciuto perché era l'unico tra tutti ad avere gli zoccoli al posto dei piedi. San Nicola fu così chiamato ad intervenire, mantenendo poi i diavolo a servi che puniscono i bambini cattivi mentre lui ricompensa i bambini buoni. Ecco, nella maggior parte dei casi se cercherete notizie sui Krampus troverete questa storiella. 

Ph Karl Mayer. 
Fonte https://www.kleinezeitung.at/steiermark/weststeier/5862703/Brauchtum-in-Voitsberg_Der-Krampus-bleibt-dieses-Jahr-zu-Hause

I moti precristiani vengono fusi nell’agiografia, nella leggenda e nella superstizione. E il tramite con il divino diviene contraffatto grazie a un tramite approvato, costruito appositamente con tratti, date di nascita e morte coincidenti con ciò che il paganesimo aveva costruito dalla notte dei tempi. 

«Così come la nascita di Gesù si è presa il giorno del Sol Invictus che a sua volta ha “rubato” il 25 dicembre alla nascita dell’egiziano dio Osiride, allo stesso modo il vescovo Nicola ha preso il posto dell’indelebile Fauno.»

È pur vero che la Chiesa ha permesso la sopravvivenza dei Krampus che, oggi, stanno riacquistando una nuova indipendenza, probabilmente spinti dall’urgenza di un momento storico in cui la natura grida a gran voce il suo dolore e l’uomo con essa è chiamato a perire se non interviene con nuove consapevolezze. E anche la multiculturalità ha fatto sì che ciò che veniva considerato come appropriato stia diventando “vecchio”, fuori posto. San Nicola non va più negli asili a portare i doni, ma i Krampus sopravvivono perché sono democratici: sono il sigillo di un qualcosa che riguarda tutti, indistintamente. 


UN BREVE SGUARDO ALLA MITOLOGIA: LE DIVINITÀ SILVANE E IL SENSO DEL SACRO

Il 5 dicembre, nel calendario romano ricorrevano le Faunalia: festività che celebravano il dio Fauno. 

Fauno era il protettore delle campagne, degli animali, delle selve, e della fertilità. Il culto è testimoniato sui territori italici dal IX secolo a.C. Uomini e animali festeggiavano insieme, anche nella scelta del riposo cerimoniale. Fauno vagava per le campagne, ma non aveva solo tratti benevoli: era anche incubus, ossia poteva gravare sul letto del dormiente per affliggerlo con visioni inquietanti.  Ma Fauno, era altresì elargitore di fertilità per le femmine, umane e animali. Egli pronunciava anche oracoli, ed era la voce della foresta. 

Fauno è spesso associato a divinità affini come Silvano o Luperco. 

Silvano era un antico dio italico della vegetazione, venerato anche come protettore delle greggi. Anch’esso era rappresentato come ambivalente: benevolo, ma anche maligno e spaventoso. Temuto da bambini e donne gravide, venne descritto nell’Eneide di Virgilio come figlio di Pico e nipote di Saturno, quindi identificabile come lo stesso Fauno o come un suo fratello. 

Luperco era la versione combattente di Fauno. Difensore delle greggi contro i lupi, veniva celebrato,  nelle Faunalia primaverili (Lupercalia), il 15 febbraio. È quindi chiaro come determinate date siano state scelte dalla cultura cristiana per contiguità e assimilazione. 

Le celebrazioni, con le loro ritualità e con i loro mascheramenti, travalicano però i confini geografici: sincreticamente. Caratteri simili sono quindi riscontrabili in diversi ambienti sciamanici e pagani. 

Il dio celtico Cernunnos, conosciuto come il "Signore degli animali"

«Cervo meraviglioso,

con le corna dai mille rami e nodi […]

e migliaia di candele lucenti fra le corna […]»

(Canto tradizionale ungherese)

Fauno e Silvano erano le forme tarde, recepite dalla cultura romana, di una divinità più antica: Pan.

Statua del dio Pan. 
Fonte https://greekasia.blogspot.com/2019/11/the-cult-of-greek-god-pan.html

L’etimologia lo riconduce al verbo “pascolare”, quindi collocandolo all’immaginario di cui si è già parlato. Ma non solo. L’etimo viene fatto combaciare anche con il termine “tutto”, e ciò non è fuori luogo dato che l’immaginario legato a queste creature silvane comprende ogni aspetto fondamentale dell’esistenza prolifica dell’uomo: la sanità della natura, la protezione delle greggi, il rispetto ma il legame indissolubile con i limiti tra genti e madre natura, e tra vivi e morti, dato che nei popoli antichi anche l’uccisione per caccia o culto era sempre vissuta come un momento di profonda commistione e ringraziamento. 

Pan, schivo ma anche benevolo, aveva un aspetto antropomorfo ma animalesco in senso sgradevole. Si celava all’uomo ma ne va a simboleggiare l’aspetto più potente: l’istinto. 

Ph. Francesca Lucidi

Divinità dalla genealogia controversa, Pan genera il termine “panico”: il suo urlo atterriva gli avventori e la sua fisionomia spaventava chiunque. Legato alla Madre Natura, Il dio che si vestiva di pelli ed era rappresentato anch’esso con un grade fallo, come i satiri, venne scovato tra grotte e arbusti per essere trasformato in diavolo dalla cultura cristiana. 

Identificato anche come divinità masturbatoria, Pan è la profonda connessione psichica con la natura; è lo scatto ferino, è la morbida accoglienza della pelliccia, è il calore del respiro animale. È avvolgente e pungente, sconvolgente come un brusco risveglio. 

I Krampus tornano così tra le genti per un’inversione culturale che sta ripulendo Pan di secoli di racconti errati e pretestuosi. E grazie all’apertura dei confini culturali che stiamo vivendo ci si può forse riappropriare di bagagli e beni che travalicano le religioni e i canoni per ricollocarsi all’alba del senso del rito e del sacro.

 La paura per ciò che può essere incerto e pericoloso spinge l’uomo oltre di sé: i popoli arcaici vedevano Dio in ogni cosa, dall’oscurità della notte ai flussi, fino agli alberi o ai fili d’erba. Il pensiero di ciò che non si controlla terrorizza: ed è proprio in quel “panico”, in quell’incapacità di riflessione che si può ritrovare la connessione con il tutto. Più si è controllanti con l’esterno, e quindi anche con la Natura, e più l’inconscio si inabissa, ammalando l’uomo e il mondo. 

Pan, gli sciamani, i Krampus, afferiscono tutti a quel ruolo di tramite folle e selvaggio che riporta la comunicazione tra ignoto e noto, tra umano e divino, tra vita e morte, in un’unione che richiede un equilibrio non statico, ma freneticamente dinamico.  

Si può tendere a giudicare i Krampus con il metro del sogno, ma quest’ultimo non è altro che il regno dove la causalità smette di funzionare e le contraddizioni trovano asilo. Così, sogno e inconscio non sono altro che l’opposto del razionale, dell’Ego Freudiano, ed entrambi hanno una voce così assordante che non si può ignorare, pena la malattia. 

Non a caso i Krampus hanno un dialogo privilegiato con i bambini. Mostri mascherati e piccoli d’uomo hanno tra loro una reciproca attrazione che sfocia nella commozione e la nostalgia per la dimensione sacrale ancestrale, dove la ragione non fa presa sulla compresenza degli opposti e il democratico avvicendarsi di giusto e sbagliato. 

Il giudizio messo in scesa dai Krampus trascende il bene e il male e scaturisce dalla volontà di confidenza tra ciò che sta al di qua o al di là del “limite” immediatamente visibile e riconoscibile.

Ph. Francesca Lucidi

I SIMBOLI 

«La maschera cela il volto

ma rivela l’anima.»

(Ivan Ziraldo, The legend of Krampus)

Il Krampus, una figura imponente, annunciata dai campanacci, armata di verga, vestita di pelli e pellicce; sormontata da corna di animale, con lo sguardo annerito e celato, ma soprattutto un essere “mascherato”. 

Fin dalle pitture rupestri, l’uomo ha testimoniato la consuetudine a vestirsi di mascheramenti, e anche di corna. L’uomo si fa una creatura di mezzo: un’identità ibrida che nella ritualità ricerca anche l’esorcizzazione della morte. Grazie a vesti altre, tutto è possibile. E anche il rapporto di rispettoso e reciproco timore tra uomo e natura, si fa amorevole. Il cacciatore stesso metteva in pratica una serie di riti volti a ringraziare la bestia uccisa. Nelle varie tradizioni, e attraverso i tempi, la resurrezione non era ad appannaggio esclusivo del divino ma piuttosto dell’apertura reciproca dei confini tra mondo e oltremondo. 

La maschera cambia l’identità ma non solo per modificarla: essa così era innalzata a qualcosa di superiore. Coloro che oggi vestono il travestimento del Krampus raccontano, attraverso le testimonianze raccolte dall’autrice, come un qualcosa si impossessi di loro, facendoli essere per un giorno un essere totalmente diverso, un dio, ma non nel senso blasfemo del termine. Ovviamente la religione ha sempre visto la maschera come offensiva, come celatrice della somiglianza tra Dio e uomo, quando invece per l’antichità quella somiglianza si esaltava proprio con il travalicamento dell’identità. E non a caso il demonio è definito come un trasformista, per le cose e per sé stesso. 

La corna che sormontano la maschera sono la corona della potenza, dai capi pellerossa, ai capi abissini fino agli Ebrei, le corna sono spesso presenti nella storia come segno di forza e autorevolezza. La potenza evocata vuole essere fisica e spirituale, una forza vitale che richiama alla creazione, alla fecondità. Marie Bonaparte ricorda come “queren”, in ebraico, significhi sia “corno” che “potenza”. Non a caso il corno è lo strumento musicale dell’annuncio, e veniva utilizzato anche nell’attività venatoria; ricordando che agli albori cacciare equivaleva a pregare. 

Lo sguardo che attraverso la maschera si potrebbe scorgere è invece annerito. E ciò è curioso se si pensa alla caratteristica scontronsità delle creature silvane. Infatti, il carbone che veniva utilizzato come trucco era l’emblema di questo vivere ai margini; infatti, gli stessi carbonai erano uomini che vivevano per mesi nel bosco, e conoscevano i segreti degli alberi e del fuoco. E proprio il fuoco accomuna molte professioni in passato riconosciute con diffidenza, paura o reverenza. Anche i fabbri erano lavoratori del fuoco, e il ferro è un materiale ancora oggi ricordato come “mistico” se si pensa alla classica scaramanzia di toccare ferro. Forse proprio a questo si potrebbero ricondurre altri due elementi del travestimento del Krampus: i campanacci e le catene. 

La fusione delle campane delle greggi, in passato, avveniva in modo irripetibile e ogni gruppo di bestie aveva il suo tipo di campana. Ogni metallo usato aveva poi in significato. Il suono che oggi ancora accompagna il Krampus è la stessa voce mutevole delle greggi che possono, nel mondo odierno così come indietro nel tempo, annunciare così un pacifico arrivo, un attacco dall’esterno, un pericolo. 

La lunga lingua rossa del Krampus oggi sta scomparendo, forse per la benefica assoluzione culturale che non li vede più solo come comparse alla mercé di San Nicolò. 

Ciò che però resta è il senso di risveglio che la frenesia della parata può promettere, anche grazie all’azione della verga non strettamene punitiva ma battente come un tuono che scroscia nelle coscienze. 

I legni scelti per la verga sono il nocciolo e la betulla. 

Dagli antichi Celti, il nocciolo era considerato l’albero della saggezza, ma non era pensato solo come benedicente ma anche come malefico; per questo i miti raccontano di scudi di nocciolo che emanavano vapori velenosi, probabilmente per la linfa tossica che scaturisce dalle fronde dell’albero. 

Nelle Triadi d’Irlanda, una raccolta miscellanea, risalente al IX secolo, e comprendente 256 “giudizi” su vari argomenti, il nocciolo è identificato come albero sacro insieme al melo. E ciò è testimoniato anche dai resti di carbone di legna delle pire funerarie gallo-romane rivenute in Bretagna, dove il nocciolo compare insieme alla quercia e al salice. 

Il nocciolo ha continuato ad avere un ruolo fondamentale nella sfera del magico; infatti, pare che streghe e stregoni ne utilizzassero i poteri. Un processo per stregoneria svoltosi in Assia nel 1596, riporta: «Se nella notte di Valpurga la detta strega aveva battuto la vacca con la bacchetta, questa vacca dava latte tutto l’anno… Così il nocciolo, albero della fertilità, diviene piano piano l’albero dell’incontinenza, della lussuria, del diavolo.»

L’altro albero prescelto, la betulla, evoca scenari simili, ed è altresì un simbolo prettamente lunare, collegando l’utilizzatore all’energia celeste. I Celti ne sfruttavano il potere anche per cercare di esorcizzare il male dai delinquenti, e dai pazzi. 

Tutti questi elementi stanno a testimoniare come i Krampus siano ciò che rimane di antichissimi culti, e per questo vanno conosciuti e preservati. Il rispetto da mantenere parte anche dalla considerazione che essi non vanno esportati come spettacolo ma studiati e vissuti in stretta relazione al territorio che li ha fatti nascere e li ha mantenuti in seno, per poi ampliarne il senso verso un “risveglio” collettivo. 

"Krampus", uno dei significati semantici è "artiglio"... e così la presa che ci spetta calibrerà il tono a seconda dell'anima che portiamo sul limite dei giorni più corti dell'anno, verso il nuovo ciclo del sole, e delle nostre vite future. 


MI SONO DILUNGATA PER PERMETTERE A TUTTI DI SAPERNE DI PIÙ SULL’ARGOMENTO. PER APPROFONDIRE, E FINIR SOTTO LA LUCE DELLA TORCIA DEL KRAMPUS, CONSIGLIO ASSOLUTAMENTE LA LETTURA DI QUESTO LIBRO!  

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