mercoledì 13 novembre 2019

ARTICOLO num.1 - PROFANATORI DI TOMBE (Parte Prima)

PROFANATORI DI TOMBE: I RESURREZIONISTI


La sepoltura è una circostanza avvolta da mistero e misticità.  Fin dai tempi antichi si possono riscontrare riti preposti a facilitare e “guidare” la vita dopo la morte. Essere seppelliti, però, non ha sempre significato l’inizio di un pacifico riposo corporeo. La profanazione delle tombe trova come prima motivazione, la sottrazione di oggetti preziosi: primamente inseriti nel luogo di sepoltura (basti pensare ai complessi riti egizi), ma anche presenti addosso al cadavere stesso. In seguito le tombe attirarono gli intenti dei profanatori per scopi ben diversi e particolari; sempre con un guadagno… ma per una posta forse ancor più alta. La professione medica ebbe, nel corso dei secoli, una storia travagliata: prima confusa con le pratiche magiche, fu spesso qualcosa di poco compreso, e fosco per alcuni. Ai giorni nostri, all’interno di quella che chiamiamo “medicina” vi sono i chirurghi. Oramai questa branca è strettamente legata a ciò che veniva comunemente chiamato medicina: in realtà questo non è scontato, considerando che le pratiche chirurgiche o dentistiche, erano in  mano a professionisti che non ci aspetteremmo… come ad esempio i barbieri. I barbieri amputavano arti ed estraevano denti; oggi è difficile pensarlo, ma fino al XIX secolo era consuetudine. Oggi sappiamo che la sala autoptica è il terreno dove si giocano il coraggio e l’abilità degli  studiosi e studenti di medicina: la cosa, anche questa  apparentemente scontata, ha una lunga storia complessa e piena di loschi individui, omicidi; battaglie politiche e risoluzioni poco ortodosse, ma probabilmente, da una parte, necessarie. I corpi che vengono attualmente studiati a scopi medici e scientifici, sono corpi non reclamati o donati alla scienza (dietro diverse procedure su cui è inutile, qui, dilungarsi). Nel secolo XIX, quando il Positivismo diede una forte spinta alla ricerca scientifica, gli studiosi di anatomia si moltiplicarono, e non erano, come abbiamo già detto, tutti medici nel senso che noi attualmente conosciamo. I corpi da studiare era pochi… in Gran Bretagna erano utilizzati quelli appartenenti ai giustiziati, i quali erano stati condannati alla dissezione postmortem.  Sicuramente questa risorsa era insufficiente, specialmente dopo le limitazioni delle pene capitali e del Bloody Code dal 1823, e per questo si iniziò a violare le tombe, con ogni mezzo… e con metodi assai articolati, per rendere poco visibile dall’esterno ciò che si era fatto. I profanatori di tombe del periodo vennero chiamati i “Resurrezionisti” (nome assai ironico e agghiacciante). Il business della vendita dei cadaveri diventò ben presto fiorente: ciò avveniva perché molti erano gli studiosi disposti a pagare per un corpo fresco da dissezionare, e anch’essi in prima persona, a volte, si adoperavano in queste pratiche, se scarsi di risorse economiche o se appartenenti alle categorie inusuali che praticavano la chirurgia e gli studi anatomici. 


La situazione divenne un’emergenza, in special modo dopo il caso Burke-Hare. Gli irlandesi emigrati in Scozia William Burke e William Hare furono due ladri di cadaveri che si macchiarono di ben 16 omicidi, in meno di dodici mesi, tra il novembre del 1827 e l’ottobre del 1828, finalizzati ad avere una merce di scambio migliore in quantità e qualità; con la complicità delle rispettive compagne.

 Ritratto di Burke a Hare (dal web)

I corpi da loro “guadagnati” venivano venduti all’anatomista Robert Knox. I due resurrezionisti, divenuti assassini, furono scoperti grazie a dei passi falsi compiuti nel loro ultimo omicidio (la vittima era Marjory Campbell Docherty). Hare confessò e testimoniò, dietro promessa di aver salva la vita, e Burke fu così condannato a morte. Il suo corpo fu sottoposto a dissezione. Riporto la testimonianza del professor Alexander Monro che intrinse la sua penna d'oca nel sangue di Burke e scrisse: "Queste parole sono scritte con il sangue di William Burke, che fu impiccato ad Edimburgo. Questo sangue è stato preso dalla sua testa." Lo scheletro di Burke, altri oggetti ricavati dalla sua pelle conciata; e le maschere mortuarie di entrambi i serial killer, sono esposti nell’Anatomy Museum dell’Università di Edimburgo. Knox la fece franca, perché protetto dai due malviventi, ma la sua fama ne risentì e la sua richiesta di assunzione alla Edinburgh Medical School fu respinta; tutto ciò dopo l’Anatomy act del 1832. La legge in questione regolamentò lo studio dell’anatomia, che fu sottoposto al controllo di organi preposti; i corpi da studiare aumentarono grazie alla possibilità data agli istituti di medicina riconosciuti, di entrare in possesso dei corpi non reclamati, di chi era deceduto nelle case di lavoro o negli edifici pubblici. Fu data altresì la possibilità ai parenti del defunto di donare il cadavere del congiunto alla scienza, ottenendo il pagamento delle spese per le esequie, a meno che il defunto stesso non avesse messo per iscritto la sua non volontà alla donazione. Chiunque poteva poi donare il proprio corpo… e su questo torneremo.

Continua…

martedì 29 ottobre 2019

APPARIZIONI DI HALLOWEEN STRALCIO 2#



Strane apparizioni e storie che vogliono essere raccontate...
Ecco che allora a voi,
le facciamo arrivare!

SPECIALE DI HALLOWEEN 
di 
Francesca Lucidi

Una breve narrazione che rievoca fiabe antiche, leggende e superstizioni... con un disegnino vezzoso: infantile? Ogni paura sembra infantile... ma è il saggio retaggio della nostra storia. E poi ogni bambino nosconde in sé un grande saggio.

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CATERINA E LO SPAVENTAPASSERI
di
Francesca Lucidi

Si racconta che la Terra dei Gobbi, un tempo, fosse la valle più fertile di tutta la zona nord di quel paese di collina, ora città… che ha dimenticato molte delle sue storie.
La natura a quei tempi era impietosa, oscura e imponente. In quell’angolo di mondo, maestosi pioppi, querce e faggi… proiettavano le loro ombre sulle genti piegate dalla fatica e dai freddi inverni. Da qualche anno imperversava una guerra sanguinosa, lontano da quel paese… ma nelle case di Fiume dei sassi quella guerra era assai vicina: tutti gli uomini erano stati mandati dal Conte verso il mare. Tutti erano saliti sui carri, i cavalli e i muli, e si erano recati verso le spade affilate dei biondi guerrieri della costa. Solo i bambini piccoli erano stati risparmiati… e qualche vecchio malandato, solo perché potessero svolgere altre funzioni…  Una parte dell’esercito del Conte era rimasto a Fiume dei sassi, per far sì che ogni desiderio del padrone potesse trovare sufficiente soddisfazione.
I campi erano noti per le patate grosse dalla buccia rosso fuoco… i finocchi muovevano gli orti con le loro chiome spostate dal vento. In autunno questo spettacolo esplodeva di profili e colori, grazie alla presenza inquietante di tante grasse zucche, che venivano piantate in fondo rispetto alle altre coltivazioni… e quando erano mature sembrava che il campo fosse protetto da strane presenze.
Al centro del grande appezzamento sotto la dimora del Conte… un grosso spaventapasseri osservava attento e immobile: qualche cornacchia gracchiava sulle sue lunghe braccia, e i topolini erano soliti solleticargli la testa di zucca. Sì sulla sommità dello spaventapasseri veniva sempre posta la zucca più spaventosa di tutto il raccolto,  dopo averci inciso una faccia poco accogliente; anche per i topolini che passavano, con timore e lentezza, da un occhio al naso della faccia intagliata.
Le donne erano costrette dal Conte a lavorare giorno e notte per sopperire alla mancanza di braccia maschili, ora impegnate in una sciocca battaglia di potere che il Conte si ostinava a protrarre, per cercare nuovi territori verso il mare…  ricchi di uliveti verdi e nodosi.
Anche le bambine erano impegnate nella cura di patate, finocchi e zucche… anche la piccola Caterina… ormai senza il padre, ma anche senza la mamma… la quale era stata rinchiusa dal Conte nella sua dimora… per spolverare gli scudi arrugginiti, e deliziare i suoi occhietti lascivi e le sue mani lunghe e demoniache.
Caterina veniva allevata dalla donne del paese;  tutte le donne cercavano di fare del loro meglio per i bimbi sfortunati e soli. Nelle serate autunnali, quelle donne poggiavano i piedi stanchi verso il fuoco, sbucciando le castagne arrostite, passate poi alle manine gelide dei bimbi tristi di Fiume dei sassi.
Caterina ogni giorno faceva il suo lavoro con dovizia. A ora di pranzo si sedeva sotto lo spaventapasseri e, mangiucchiando il suo tozzo di pane, parlava a quella figura inquietante con un’angelica vocina… rivolgendosi a quella testa-zucca immaginando che fosse la sua mamma. Il ghigno prepotente di quella testa sembrava ogni giorno addolcirsi alle calde parole di Caterina. Un giorno la bimba portò da casa un vecchio grembiule della madre, la bella Luisa, e lo avvolse intorno allo spaventapasseri; dopo averlo privato dei brutti stracci che lo ricoprivano. Iniziò ad adornare la zucca di fiori di edera… e gli sussurrava pensieri e dolori.

Caterina, nel giorno della Vigilia di Ognissanti, sembrò vedere la sagoma della mamma attraverso la finestra dell’alta torre del Conte. Caterina urlava e piangeva, calpestando le patate, la terra e i poveri lombrichi che dovevano scansarsi al suo passaggio. In un attimo una figura alta e curva tirò via Luisa dalla Finestra. Due guardie si precipitarono nel campo e si posero innanzi alla piccola Caterina. La bimba tremava, mentre il più basso dei due uomini gli tolse dalle mani il tozzo di pane del pranzo, e lo infilzò nella punta della spada dicendo: «Ma guarda guarda… qui abbiamo una piccola piantagrane. Il Conte non apprezza chi rovina le sue giornate e i suoi incontri amorosi. Guarda questo pezzo di pane, se non vuoi vedere la testa di tua madre fare la stessa fine… il Conte ti consiglia di dimenticarti di lei… e di riprendere il tuo lavoro. Il raccolto deve essere terminato per il giorno dei morti. Torna a lavoro!»
Con una mano la guardia afferrò la veste di Caterina e scaraventò la piccola ai piedi dello spaventapasseri. I due andarono via di corsa al rumore del tintinnare delle armature. La piccola iniziò a piangere, a disperarsi per ore. La notte sopraggiunse e Caterina singhiozzava senza più lacrime, addosso al grembiule fiorito che lo spaventapasseri indossava. A un tratto ecco che uno scricchiolio interruppe la disperazione di quella piccola bambina triste.
Crack… Crack… Crack…
Un’aria gelida accarezzò i rossi capelli di Caterina, e il grembiule iniziò a muoversi sfiorando il viso della bimba ormai intontita dal pianto. La piccola si toccò la faccia pensando di essere attraversata da qualche ragno di passaggio… ma i rumori aumentavano e Caterina alzò gli occhi e vide la testa-zucca chinarsi verso di lei. La bimba saltò all’indietro cadendo, lo spaventapasseri si sradicò dal terreno e tentò di afferrarla. Caterina restò impietrita e gelata, tremante e sbigottita. Le testa-zucca si muoveva sopra ai legni sudici e secchi che gli facevano da corpo; avanzò lenta e si trovò “faccia a faccia” con la piccola.
I topi sentivano il cuore battere all’impazzata, gli scarafaggi si stringevano tra di loro, le cornacchie si erano poggiate sui rami sovrastanti il campo… e non si muovevano.
«Piccola mia… come sei cresciuta… sei bellissima!»
Lo spaventapasseri parlò… passando le dita fatte di rami secchi di erica, sulle guance magre e pallide di Caterina, che disse: «Mamma?»
«Mio cuore dolcissimo sono qui. Oggi volevo fuggire, venire da te…  il Conte mi ha scoperta… mi ha afferrata e mi ha spinta giù dalle scale…»
«Sei morta??? È colpa mia… non dovevo urlare, mamma è colpa mia… quell’uomo malvagio… è solo colpa mia!»
«Tesoro io ti amo più di ogni altra cosa, e non è colpa questo… è merito. Ti ho amata dal primo momento che ti ho vista. I tuoi capelli rossi, i tuoi occhioni sinceri. Volevo tornare dalla mia bambina a tutti i costi. E sono tornata.»
«Ma, ora non ti riabbraccerò mai più… mamma oh mamma! Quell’uomo malvagio ci ha portato via papà… adesso ha preso anche te! Sono sola come farò!»
«Mia cara… IO, PRENDERÒ LUI!»
La testa-zucca riprese il suo ghigno originario e scavalcò il corpicino di Caterina dirigendosi ad ampie falcate verso la dimora del Conte. Il grembiule sgusciava tra i legni scricchiolanti di quella figura arrabbiata e altissima.

Il Conte dormiva sereno nel suo baldacchino di velluto dorato. Un freddo pungente lo fece svegliare. Tirò la coperta a sé e si guardò intorno: degli strani scricchiolii avevano attirato la sua attenzione. Spostò la tenda arabescata del baldacchino e fu atterrito da un ghigno enorme e adirato che lo fissava. Il corpo del Conte fu sollevato da una forza inumana e inconsistente: la sua veste da notte pendeva e s’impigliava nei rami e nelle ragnatele spesse dello spaventapasseri. La finestra si aprì in un attimo, da sola… anzi dal vento che sembrava aver risposto a un comando.
Il corpo sudato, e al contempo gelato, del Conte… volò giù dalla torre e si fermò, con un tonfo sordo, su un masso millenario del “Fiume dei sassi”: il corso d’acqua pieno di pietre, e povero di acqua, che aveva dato nome al paese di cui la storia racconto.
Il sangue sgorgava dalla camicia da notte lacerata dalle ossa rotte e fuoriuscite del Conte. Quel rosso fiume sembrava più copioso del corso che lo accoglieva. Due volpi saltellarono sui sassi e iniziarono a banchettare e straziare, a mangiare e guaire.
Caterina aveva visto il Conte volare dalla finestra, e due strani tondi lucenti fissarla dalla torre.
Le cornacchie si allontanarono… e il ragni iniziarono a camminare sulle mani di Caterina, che abbracciavano la terra con le dita. Una voce risuonò in aria: «Mio Cuore, ogni notte della Vigilia di Ognissanti, vieni in questo campo… e lo Spaventapasseri camminerà… io camminerò e ti stringerò a me. Per tutta la tua vita io ci sarò. Tu assicurati che lo Spaventapasseri abbia sempre la sua testa-zucca, saluta i ragni che vi abitano. Cura la terra e parla con ogni essere vivente. Non sei sola. Noi ti proteggeremo. La terra che tu tanto ami, che curi… si prenderà cura di te. Addio Amore mio… NON DIMENTICARE…
Ad ogni Vigilia di Ognissanti i morti passeggiano sulla terra… chi per Amore, chi per vendetta!»
Il giovane cugino del conte venne da lontano. Gli uomini tornarono a casa… anche il papà di Caterina.
La piccola divenne donna… e ogni anno, per la notte stabilita, cucinò una pagnotta di pane e cucì un grembiule nuovo… per uno Spaventapasseri assai speciale. 

 Illustrazione di Francesca Lucidi (Rose)






lunedì 7 ottobre 2019

I DUE GIOVANNI E IL DIAVOLO PARTE IV










I DUE GIOVANNI E IL DIAVOLO

CAPITOLO II

Parte seconda




4. La veggente



Dopo un anno Chiaretta era diventata una protettrice dei predatori; e una pura creatura di preghiera come non lo era mai stata quando era in convento. Aveva imparato a stare in silenzio per interi giorni. Davanti al fuoco ascoltava Borja suonare un malandato violino: il bottino di un assalto a una compagnia di musici e saltimbanchi, provenienti da terre lontane. La piccola suora rincorreva quelle note con un mugugnare dolce, senza parole. Vuk si poggiava con la testa alla femmina dominante dei suoi lupi, mentre si faceva leccare i graffi ottenuti lottando con qualche contendente più ardito. La saliva dei lupi è preziosa: ha un potere rigenerativo… e una loro attenzione al loro compagno uomo, era il segno di un legame profondo. Anche questo privo di parole ma ricco di odori, gesti, forza e sangue.
L’uomo in fondo fissava Chiaretta. Sempre.
Dopo nove anni la piccola suora, ora più muscolosa nelle braccia e nella volontà, era presso il fiume fangoso che bagnava quelle terre in Inverno così umide. Il Capodanno celtico era vicino… lo aveva letto in alcuni libri che Borja aveva preso da una Chiesa abbandonata. Chiaretta stava imparando così tanto… da libri mai concessi, e da piaceri tangibili puri e non più repressi.
Mentre era tra quelle acque fredde a bagnarsi i piedi stanchi, e riponeva le ciotole di legno sulla terra per poi accingersi a lavarle… ecco che una donna dal passo elegante, e misterioso, si avvicinò a quella strana creatura dal velo di monaca e dalla pelliccia da lupo: una Zingara. Chiaretta non sapeva cosa fossero gli Zingari. Chiaretta non conosceva molte delle cose che gli si paravano davanti giorno dopo giorno. A differenza di quanto accadeva in passato, ora non aveva più paura di ciò che nel mondo poteva graffiarla, ammalarla o ammaliarla. Il violino di Borja riusciva sempre a farla sentire calma. Bene. Amabile. Amorevole verso tutto ciò che Dio aveva creato.
La Zingara guardò Chiaretta intensamente e, poggiando il rametto di erbe che portava in mano e una sacca ornata, si sedette accanto a lei e gli disse: «Voi avete un animo freddo e limpido come quest’acqua quando inizia a cadere la neve. Avete la sofferenza negli occhi. Avete l’amore nel ventre. Amate un uomo, ma siete promessa a un altro. Questa foresta è diversa… sussurra inquieta da quando il Conte si è insediato lì. Guardate in alto… notate quella fortezza? Il gufo ha parlato. Noi moriremo insieme giovane fanciulla velata. Sii serena. Dove andrai potrai abbracciare entrambi i tuoi amori. Senti la pace nel cuore? È ciò che vuoi. Lo sento. Un violino verrà tinto di morte. Attenta all’uomo senza un orecchio…»
 Chiaretta cercò di chiedere spiegazioni, anche se quelle parole gli sembravano meno celate di quanto volesse credere. La Zingara gli poggiò l’indice sulle labbra e gli bloccò ogni risposta, poi sussurrò: «Non chiedete. I gufi rivelano… ma non svelano il tempo». 


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L’elegante donna, dai lunghi capelli corvini… scomparve appena prese una pietra tra le mani e vi sussurrò dentro una frase, incomprensibile alla suora dai piedi ancora immersi nel fiume. Chiaretta guardò alla sua sinistra e vide un gruppo di monete: avevano sopra una croce incastrata in un cerchio spesso e delle scritte che non riusciva a distinguere, discernere. Sentì che doveva prendere quel mucchietto luccicante per una ragione. Lo mise in tasca… si fece il segno della croce… e restò lì a pensare se davvero avrebbe raggiunto un luogo dove avrebbe potuto amare pienamente i suoi sposi, nella purezza dello spirito… nella beatitudine dell’eterno. Non ebbe paura della Zingara perché non conosceva bene la magia o l’umanità che si stagliava fuori dalla tenuta di Angelino, fuori il convento; o fuori dalla Foresta. Ebbe però paura dell’uomo senza un orecchio.
Proprio negli stessi attimi, quell’uomo aveva visto la scena… nascosto come sovente faceva: come un ragno raggomitolato sotto una foglia. Violentă aveva visto la Zingara, sapeva che gli Zingari hanno molto oro. Corse via e andò veloce verso il sentiero per cercare di trovarne qualche traccia. Violentă ascoltò dei canti e dei sonagli… Violentă venne a scoprire che all’inizio dell’estate, gli Zingari sarebbero tornati. Girò i tacchi alla svelta e inciampò nei piedi di un uomo goffo che cadde con lui in una nuvola di polvere. L’uomo goffo, appoggiato al suo bastone curvo, era Giovanni “La Paura”. Così tutti lo chiamavano. Così lui si vedeva. Violentă si rialzò e diede un calcio alla curva schiena di quell’ometto insignificante.
All’inizio dell’estate gli zingari sarebbero tornati.




5. Maledizione e morte



La Primavera passò lesta. I pollini erano passati veloci attraverso il vento; quella polvere giallastra aveva tinto le giubbe di quella “Compagnia della morte”, che da qualche giorno confabulava scura e sommessa sotto gli occhi di Chiaretta, che muta osservava e nulla avrebbe potuto sospettare. Violentă era diventato una civetta obbediente e servile; e sempre stava attaccato alle spalle di Borja. Il Capo ascoltava nella notte la sua civetta ultimamente così mansueta e fedele. Il violino restò poggiato a terra per giorni; Chiaretta non comprendeva quell’atmosfera segreta e di malaugurio circondata. I lupi di Vuk spesso venivano mandati sui sentieri alla ricerca di informazioni di cui la piccola suora non capiva la natura e lo scopo.
Violentă aveva convito la Compagnia ad assalire gli Zingari, egli sapeva sarebbero presto tornati nei pressi della Foresta. Il Cardinale Angelino, dal giorno dell’assalto, li teneva prigionieri di un patto che li aveva condotti su un fiume di sangue che scorreva troppo veloce anche per le mani salde e incoscienti di quegli uomini soli e disperati. Le monete si accumulavano, le sfortune anche. Ormai l’operato del Cardinale aveva reso troppo noti la presenza e gli operati di quelle dieci anime; che solo Chiaretta accudiva, per cui solo Chiaretta sperava ancora. Borja ogni giorno pensava al dì dell’assalto e del patto. Una forza incontrollata lo portò a diventare servo del maiale che avrebbe potuto macellare con due gesti veloci… ma quella forza da quel giorno non l’aveva mai abbandonato; cresceva e si moltiplicava tra i capelli di Chiaretta. Egli riusciva a scorgerli quando la vegliava nell’attesa dell’asciugatura della sua sacra veste.

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 La coperta che lei teneva stretta tutta intorno al suo corpo di rara perla, lasciava a volte uscire delle ciocche scure e disordinate, luminose e vive come il dorso di un serpente. Borja voleva andar via. Per la prima volta sentiva che forse una parte di lui ancora non anelava all’oblio. Non poteva avere Chiaretta, forse, e non poteva abbandonarla: questo era certo come quel fuoco che gli scaldava da dentro il petto quadrato e segnato di cicatrici, le quali erano ormai il segno di come il male lo aveva toccato… di come il male aveva operato attraverso il suo corpo forte, e al contempo stanco.
Se Violentă aveva ragione, tutti avrebbero potuto avere l’ultimo bottino da quella terra; ormai prigione meravigliosa per uomini che sapevano essere destinati alla forca che anni prima avevano evitato con tanta abnegazione, fino alla maledizione di se stessi.
La Compagnia stava organizzando l’assalto agli Zingari. Il tutto era stabilito per l’indomani, le tracce erano chiare e i lupi avevano scovato la magica carovana colorata che lontano dal sentiero si nascondeva.
I “dieci” in un attimo furono addosso e tutti intorno alle vittime designate. Il tramonto accarezzava appena i cappelli fumosi delle montagne… e Chiaretta sapeva cosa stava accadendo poco lontano da lei: Vuk aveva un debole per la piccola suora che sentiva come una figlia, anche se lui non provava sentimenti umani… solo un incondizionato istinto di sopravvivenza e protezione del suo “branco” così elegante; ma cencioso. Un branco di anime e piedi sempre freddi e stanchi. Chiaretta ricordava le parole che mesi prima gli disse la strana donna dai lunghissimi capelli, e dal viso truccato da segni che ricordavano rami o grinfie. Le monete che la donna gli aveva lasciato, lei le teneva nascoste sotto un vecchio albero di noce. In convento aveva sempre sentito dire che quella varietà di albero ha strane energie, e che mai bisogna addormentarsi sotto uno di esso… pena la perdita del senno. Chiaretta sentì che quel posto era il riposo adatto per quel mucchietto di cui ancora non capiva l’utilità. Le piccole mani “benedette” pregarono su quelle monete ogni sera; quelle mani macchiate di terra e malinconia consegnarono a Vuk le monete. Mani nelle mani di quell’uomo-bestia disse: «Tenete queste monete, non hanno un valore che io possa decifrare… ma che vi proteggano. Non vi porgo una croce e non vi invito a guardare il cielo e a invocare qualcosa che per voi è sfocato e lontano. Sentite ora le mie mani;  che il mio affetto per il “branco” vi accompagni dove io non posso raggiungervi, dove io non vi vorrei diretti… da dove sento non tornerete impuniti!»
Gli Zingari avvertirono appena le ombre che avvolsero i loro mantelli variopinti. Violentă mutò la mansuetudine che aveva mostrato scaltro per mesi: sgozzò i sette Zingari e guardò soddisfatto Borja con il fiatone in corpo. Il capo capì che quel sangue versato aveva un odore diverso; quando raccolse dalle mani della Regina degli Zingari il sacchetto violaceo che ella stringeva tra le mani… guardò il ghigno sereno che la donna morente gli rivolse. Tutto, in un attimo, fu avvolto da voci sinistre e sferzate di risate stridule e canti lontani ripetuti e incomprensibili. La Compagnia per la prima volta ebbe paura. Ogni membro prese il suo bottino di ori e pietre; Borja stringeva tra le mani il sacchetto e, preso da tremori sconosciuti, ordinò che il carretto degli Zingari fosse bruciato. Ognuno caricò un corpo dietro suo invito; e tutti si diressero al “Burrone dei tori impazziti” per gettarvi quei cadaveri che sembravano dirigere i movimenti di quelle entità che si erano scatenate tra gli alberi.
Mentre correvano ogni albero sembrava piegarsi, ogni cornacchia li rincorreva urlante e rabbiosa. Giunti al burrone, così noto perché dei tori impazziti vi precipitarono in tempi lontani, ognuno gettò il suo fardello. Le monete che Vuk aveva dato a ognuno tintinnavano a ogni loro passo: tutti i membri le avevano cucite intorno agli stivali logori.
Una voce si alzo dal burrone: «I gufi parlarono. Maledetti dal nostro sangue, le monete accoglieranno le vostre anime che per sempre saranno imprigionate anelando fino alla liberazione in un Inferno meritato! Sassi e pietre, e sacchetto di lavanda vestito… misteri e prigioni. Avarizia e Male. Male sul Male. Male nel Male. Eterni gli Spiriti del nostro Popolo viaggiano e combattono. Eterni i sussurri della vendetta. Senza tempo il potere che viene dalla linfa lattiginosa. Rossa ora e tinta, il fuoco vi avvolga e le vostre menti adesso bruciando INCATENA!»
Ogni voce che li aveva rincorsi tra i rami e i rovi si insinuò tra i capelli lunghi e sudici di quegli uomini che sentirono mille formiche fameliche affilare le fauci attorno ai loro pensieri. Le monete inziarono a brillare… solo un piccolo miracolo fu possibile…
La Regina degli Zingari aveva previsto ogni cosa; ma come ogni veggente sapeva di non dover cambiare il corso degli eventi. Usò Chiaretta per far arrivare le monete incantate a quelli che sarebbero stati la rovina per lei e la sua famiglia. L’Amore e la scaltrezza incosciente della piccola giovane crearono il miracolo che quel giorno riuscì a salvare anime che non avrebbero avuto altra possibilità di salvezza. Le preghiere che Chiaretta aveva rivolto a quegli oggetti forgiati dal fuoco magico, avevano avvolto quelle monete di una benedizione sempiterna e potentissima: l’AMORE. Le monete vibravano sui calzari degli uomini che saltellavano come mosche a cui erano state strappate le ali. La magia della Zingara richiamava quelle anime… l’Amore di Chiaretta bloccò la “maledizione” e le anime dannate restarono protette in quei corpi che si contorcevano.
La Compagnia scappò dal burrone e si diresse nel cuore della Foresta, sotto l’occhio silenzioso della Fortezza del Festa.
Gettati a terra, con i capelli strappati tra le dita, videro arrivare un cane scuro e alto. 


Tutto fu sangue e grida. Violentă riuscì come al solito a restare in fondo. Si nascose dal cane e guardava foglie e rami tingersi di membra e capelli e sangue. Non si mosse.

  La follia che aveva accecato gli altri non riuscì a penetrare nella mente di quell’uomo che “nacque diavolo”.
Violentă non aveva preso nessun oggetto dai corpi degli Zingari. Lui nacque da una famiglia di Zingari e conosceva molti segreti;  nessuno però aveva mai scoperto i suoi. Il giorno in cui il passo falso di Borja si sarebbe trasformato nell’opportunità di chi da lontano attendeva era giunto.
La Compagnia spirò in un sol momento di terrificante comunione. Il corpo di Vuk giaceva sopra la figura di Borja che di nascosto rantolava ancora… mentre un misterioso uomo lì arrivò e con quel cane nero si fissò a lungo.

Chiaretta avvertì un ululato nell’aria, mentre intorno al fuoco, da interminabili minuti, affannosa sentiva la morte che gli appesantiva il collo e il capo. La sua paura in un attimo divenne rabbia, divenne forza: la suora si alzò di scatto e iniziò a correre tra gli alberi…
La giovane diafana pensava alla donna che presso di lei al fiume si presentò… correva e pensava al violino di Borja… correva e pensava alla promessa che fece al silenzioso capo dai capelli con i riflessi dorati; correva come aveva promesso dieci anni prima.


CONTINUA...