mercoledì 12 giugno 2019

I DUE GIOVANNI E IL DIAVOLO PARTE I











I DUE GIOVANNI E IL DIAVOLO

CAPITOLO I


      1.Introduzione. Il borgo vecchio e il ricordo di Giovan Festa

Il passeggiare tra i vicoli delle parti vecchie, abbandonate e dense, dei piccoli paesi… è qualcosa che sa di rito: opprimente, chiarificatore, evocatore di sensazioni e ricordi. Dove il contemporaneo lascia spazio, il passato rivive di autonoma vitalità sempiterna e autorevole.
A valle si costruiscono villette a schiera dal sapore Anglosassone e gli idiomi occupano perennemente l’aria di litigi di vicinato e toni di voce alti; perché in alcune culture si urla per abitudine.
In alto la roccia e le pietre, modellate dall’uomo, si fondono in una struttura quasi viva: da lontano questi piccoli borghi hanno quasi occhi e capelli di rami lasciati crescere selvaggi.  Se li fissiamo, distinguiamo dei tratti somatici che comprendono tutte le espressività delle vite che vi sono passate; o vi restano sotto altre forme non sempre pacifiche, rappacificate, o piacevoli. Nell’incuria quegli zigomi grigi sembrano cedere… e ogni muro che si crepa lascia trapelare una scena evanescente; e spettri con nomi e intenti che aleggiano sulla contemporaneità, distratta, degli abitanti della valle. Abitanti senza memoria.

_______

Questa è la storia dei due Giovanni.
Il diavolo è un compagno osservatore, paziente e ammaliante… se un uomo ha un desiderio, l’odore di quel bramoso pensiero lo attira. Le anime degli uomini sono labili, capricciose e impazienti. Il diavolo sa corteggiare queste anime; non fa alcuna distinzione tra il povero e il potente: è il più democratico ascoltatore che si possa incontrare.
Verso la fine del 1500 un Conte di nome Giovan Festa riempiva le stanze di una fortezza, diventata oggi una di quelle fortezze qualsiasi di quegli alti borghi ormai quasi fastidiosi per i più.
Giovan Festa si distingueva per un parlare stretto e scuro, come il taglio del suo sguardo accigliato, fascinoso e vuoto. Egli governava quasi senza sforzo, tale era la paura sommessa che aleggiava tra le vie sotto le sue mura brutte.
Quell’uomo non si curava molto degli incarichi ricevuti da più lontani e potenti legami; lui aveva segreti da proteggere e un potere invisibile da nutrire.
Giovan Festa era circondato sempre da un cane marrone e nero, e alto. Dopo centinaia di anni ancora le memorie portano il ricordo di quel cane e del suo girare notturno nella piazzetta antistante la fortezza.
Quel cane non piaceva a nessuno; in realtà era particolarmente mansueto, ma i suoi occhi marrone-rosso erano così umani da tenere lontani gli uomini a cui somigliava.
Quella bestia muscolosa dai peli folti intorno al collo, fino a ornarlo quasi di una capigliatura poco animale, era comparso un giorno dinanzi al portale principale della fortezza. Aperto l’uscio si era diretto senza indugio verso la stanza più alta dove Giovanni, di solito, si metteva alla finestra per ore.
Giovan Festa, si racconta, aveva trovato un grande tesoro.


       2.L’inizio

Una notte d’estate, in cui il vento tirava forte, tutti erano al chiuso e si preoccupavano dei pali dei fagioli che si sarebbero piegati o spezzati. Giovan Festa era alla finestra, come sempre, e aggrottava le sopracciglia nere verso il lato nord. Nel bosco che imperava a quel lato della fortezza: il lato più scosceso e infestato di nidi, rami secchi ed escrementi di cornacchie; s’intravedeva un movimento non conforme al moto del vento. Nessuno entrava mai in quel bosco a causa di uno strano morbo che pare infettasse chiunque camminasse tra quei sentieri appena accennati.
Gli abitanti del borgo di certo non vi si addentravano: intorno alla fortezza giravano accorti e si muovevano piano per non infastidire lo sguardo vigile del Conte alla finestra.
Appoggiate le mani sul davanzale di pietra vide meglio e scorse almeno una decina di briganti che con il viso coperto, e le mani infasciate strette, tentavano di attraversare quel luogo fitto, insidioso, con fretta e circospezione. Di solito Giovanni non si curava molto dei briganti, lui se ne serviva spesso. Non gli piaceva sporcarsi le mani o scendere da quel piano in alto. I briganti erano gli unici esseri umani a sopportare la sua disumana presenza, e riuscivano bene ad assecondare i suoi intenti lesti e meschini… tutto a un prezzo conveniente per le due parti.
Quelli che camminavano davanti ai suo occhi avevano abiti poco conosciuti; si dice avessero monete d’oro luminose che tintinnavano ad ogni passo, monete benedette. Pare che nelle epoche successive qualcuno ne avesse trovate un paio. In realtà molte famiglie si sono arricchite in strani modi in quel paese di cui parlo.
Le monete erano ciò che proteggeva quei misteriosi uomini da ciò che avevano scatenato rubando il magnifico tesoro che trasportavano con loro.
I briganti avevano rapinato fortunosamente un gruppo di zingari “stranieri”. Essi provenivano da un paese a diverse miglia dal contado dove si erano pacificamente insediati, da almeno duecento anni. Nel resto delle terre conosciute dagli autoctoni non si parlava molto di zingari; in quel luogo però erano stati accolti o si erano imposti per eventi e ragioni misteriose. Ancora restano poco noti i dettagli e le spiegazioni; e solo qualche leggenda ricorda storie imprecise, e riarricchite, di protezioni o scambi, guarigioni e battaglie vinte nonostante la forte inferiorità.
Quei ladroni li avevano incontrati mentre erano passati lungo i confini del Contado del Festa; limite da cui tutti si tenevano aldilà per evitare problemi. Gli zingari una volta l’anno, all’inizio dell’estate, si recavano su quei confini per raccogliere l’erba dalla corona (così ancora la chiamano gli anziani che ricordano i miracolosi decotti fatti con essa), che cresceva spontanea e rigogliosa solo sulle colline di quella zona, dopotutto non troppo lontana dalle conoscenze e dalle sapienze degli zingari. I briganti assalirono subito quei zingari silenziosi. I malviventi sapevano che gli zingari avevano sempre oro o qualcosa di valore addosso. A loro bastava poco per uccidere, e ancor meno per vivere.
Il bottino si era rivelato migliore, e peggiore del previsto. La moglie del Re degli zingari era andata anch’essa a cogliere l’erba medicamentosa; avvezza a riti strani e meravigliosi unguenti che facevano ammansire anche il potente più risoluto. La Regina aveva con sé due sacche di pietre. La prima sacca conteneva ciò che poteva apparire come un mucchietto di sassi qualsiasi; la seconda sacca, realizzata con una seta luminosa e violacea, vi portava una manciata ben più abbondante di pietre meravigliose: mille colori e riflessi caratterizzavano quelle particolari pietre, all’apparenza “semplici” preziosi che tutti potevano vedere sugli anelli severi dei regnanti.
In realtà quelle due sacche nascondevano un’insidia: un’anima vera e propria.
C’era un motivo per cui Giovanni non riusciva a riconoscere quei briganti. Gli uomini che stava fissando erano molto più di ciò che volevano apparire. Erano mascherati da briganti per non dare nell’occhio tra le pericolose foreste di quella terra verde-scura e piena di echi. Quegli uomini erano degli assassini al soldo del Cardinale Angelino Laurenzio.
L’alto prelato era il confinante del Conte e incuteva, se possibile, ancora più timore dello scuro Festa.
Angelino Laurenzio era di nobile stirpe e aveva ereditato, come avveniva spesso all’epoca, i territori su cui governava, dalla lunga discendenza che portava dietro le sue spalle grasse. Altri cardinali, forse anche qualche papa…
Quei malviventi erano al suo servizio e sbrigavano quelle faccende da risolvere in fretta: con sangue, mutilazioni, e intimidazioni. Il tutto quasi divertiva quelle facce appuntite e rigate dal sole e dal gelo.
Il Cardinale però aveva avuto egli stesso la sfortuna di capitare sulla strada di quei dieci diavoli.



       3.Il giorno della morte di Giovanna e Fiore

Un giorno di dieci anni prima il Laurenzio attraversava il sentiero più grande, e frequentato, poco lontano dalle prime terre dei suoi possedimenti. Era quasi a casa.
Nella sua carrozza barcollava a un ritmo contrario al moto del mezzo e, sbronzo, abbracciava con le sue benevole braccia flaccide due fanciulle. Le due erano sorridenti: la loro vita, e quella delle loro famiglie era molto più preziosa dei loro corpi innocenti tastati continuamente da quella presenza untuosa e affamata.
Di fronte a quella scena disgustosa sedeva una suora timida e magra: la sorella minore del Cardinale.
La giovane era stata messa in convento all’età di otto anni. Non poteva ambire a terre e a nulla. Il fratello e il comune padre non avrebbero mai permesso che lei si potesse sposare, e che qualcuno potesse minare la grande ricchezza che avvelenati custodivano. La suora aveva nome Chiaretta. La sua vita era un continuo inchinare il capo per non vedere il continuo far mostra del proprio sesso da parte del fratello, le violenze perpetrate per divertimento, e i tanti morti ammazzati ingiustamente: poveri, giovani, ragazze che non si erano concesse; sacerdoti combattivi… figli non desiderati.
Anche quel giorno il Cardinale e il suo seguito si muovevano lesti e rumorosi come se niente potesse mai fermarli. Invece a un tratto la carrozza fu assalita da una pioggia di pietre grosse, e pesanti, tanto da perdere l’equilibro e accasciarsi nel fosso alla sua sinistra. Due lupi dalla schiena curva attaccarono veloci le zampe dei due cavalli bianchi, che a suon di frustate tiravano a più non posso per sradicare il mezzo da quelle radici e da quella fanghiglia. Ad un tratto dalla boscaglia una manciata di uomini, castani nel volto e dagli abiti grigi, balzarono fuori e si abbatterono con velocità su tutti i viaggiatori gelati nei movimenti e privati del respiro. Una mano ispida buttò fuori dalla carrozza il Cardinale e le due giovani ancora attaccate alle sue grinfie. Angelino balbettante iniziò a guardarsi intorno incredulo e, sentendo uno strano morbido ostacolo sotto i suoi piedi, guardò in basso e vide il corpo esanime del suo cocchiere giacere sotto le sue belle scarpe rosse; ora ancora più purpuree perché immerse nel sangue che sgorgava dalla gola tagliata di quell’uomo sfortunato, nella vita e nella morte. Furono tutti gettati a terra in un angolo e vi restarono paralizzati e zitti. Gli assalitori iniziarono a spogliare di ogni gioiello il corpo obeso della loro preda principale. Le due fanciulle, approfittando della distrazione di quegli uomini urlanti, si alzarono in fretta e presero a puntare la foresta. Un loro cugino si era fatto brigante per scappare alla prigionia, e loro erano sempre cresciute nella convinzione che i briganti non fossero che povera gente come loro; non avendo chissà quale ricchezza indosso, a parte la loro innocenza rotta e zozzata, pensarono incautamente che agli assalitori non sarebbe importato se fossero scappate, soprattutto dal loro principale carceriere: il Cardinale
Ma quei crudeli e risoluti individui non erano briganti, ma nessuno aveva avuto il tempo di capire e nessuno aveva sufficiente conoscenza del mondo per comprendere. Chi per ignoranza e chi per sfrontata autoconvinzione. Le fanciulle furono subito raggiunte dal più alto e secco di quella compagnia della morte. Lui le bloccò con le sue sole mani e tenendole per il collo mostrò loro i suoi occhi stranieri e privi di pietà. L’uomo le fissò e le reputò più un impiccio che qualcosa di interessante. In un secondo iniziò a stringere le sue dita intorno alle gole delle due povere anime ansimanti. In pochi minuti le giovani, le due sorelle, sputarono l’ultimo grumo di saliva e morirono lì, in fretta. Quasi ringraziarono quella morte che le liberava dalla vergogna e dalle loro colpe che non avevano voluto, che non avevano cercato. Se fossero tornate a casa non sarebbero più state viste come Giovanna e Fiore. Erano marchiate ormai per sempre, puzzavano di uomo e profumi. Il colore che il Cardinale voleva che loro mettessero sulle labbra rimase lì, sbafato dalle lacrime, e dai capelli che si erano attaccati ai loro rigurgiti e alle loro grida.
Dopo i primi minuti, di sangue e tumulti, il rumore si affievolì e i malviventi iniziarono ad analizzare il bottino recuperato; calpestando e calciando ogni tanto il corpo del cocchiere per divertimento. I cavalli giacevano mezzi morti mentre i lupi si rifocillavano sbocconcellando dalle loro carni. Il capo dei manigoldi scansò a pedate i due lupi e chiamò uno dei compagni con l’ordine di smembrare i cavalli in modo da poterne trasportare la maggiore quantità, che sarebbe stata il loro sostentamento per le notti future. Dopo l’ordine il capo si fermò un secondo e a passo lungo si diresse verso l’ingresso della carrozza, si affacciò e vide la povera Chiaretta, stretta in un angolo, livida in volto dal troppo fiato trattenuto.


Continua...