venerdì 14 giugno 2019

I DUE GIOVANNI E IL DIAVOLO PARTE III








I DUE GIOVANNI E IL DIAVOLO

CAPITOLO II

Parte prima





1. La Carezza del Male



Giovanni subiva lo sguardo fisso del grande cane. Un richiamo… un odore di sangue, e soddisfazione, fece staccare il Conte dalla finestra. Si avviò lungo i corridoi bui di pietra: le fiaccole generavano ombre altissime al suo passaggio… le sue spalle muovevano l’aria che piegava le fiamme. Un suono di suole pesanti e incalzanti rimbombava nella fortezza come una marcia. Come tamburi... “BOOM!”… “BOOM!”.
Il Festa arrivò presto nella piazza sotto la sua dimora ferma. Nessun’altra ombra: solo quella di Giovanni.
Si mise a correre e arrivò dove il cane era rimasto lì a seguire l’odore del suo avvicinamento.
Le suole di Giovanni, le zampe della bestia: intrise del sangue di quei corpi ormai morti. Sui volti di quei resti mutilati solo l’orrore. Solo lo sgomento; ma misto a una tranquillità che faceva pensare a una “liberazione” inaspettata da un fardello invisibile e terribilmente pesante.
Il Conte guardò a lungo negli occhi infuocati del grande cane che stava a coda dritta, come una freccia pronta per essere scoccata. Sentendo un inconsueto sentimento, un’intesa macabra e sporca, tese la mano verso la bestia scura. Il cane abbassò il capo e accolse le dita del Festa che si bagnarono intensamente dell’umidità della notte, che su quei peli aveva versato copiose lacrime gelide. Le due ombre si fusero in un solo, grande, possente agglomerato fumoso di spietato buio. Il Festa si staccò dal manto fitto del suo complice, del suo servo… si chinò a raccogliere le sacche che, tra la terra e il sangue, ancora chiamavano le grinfie bramose del bel nobile: il silenzioso… glaciale e infuocato Conte bramoso.
Nella boscaglia in fondo, qualcuno era riuscito a ingannare il destino. Una figura smunta si nascondeva in un cespuglio di more. Un mento storto come un falcetto, gocce di sudore acre e copioso su una fronte a scale… a rughe contratte e sgradevoli.
L’uomo misterioso sentiva fitte ovunque. Paralizzato dalla scena rossa, dalla scena “morta”… dalla caccia conclusa e vinta.





2. Il “Combattente”



Nell’accampamento la brace creava piccoli ardenti schegge di fuoco nell’aria. Una tranquillità opprimente fece trasalire Chiaretta che era seduta su un tronco secco, intenta nelle sue preghiere. Solo lei era rimasta in quel luogo nascosto.
Iniziò a sentire un’angoscia crescente nel respiro. Un sentore di malvagità le se insinuò nei polmoni che presero a respirare male… affannosamente. Qualcosa era accaduto. L’odore che riusciva a entrarle dentro, tra le ispirazioni forzate, era noto e agghiacciante. Come dieci anni prima: l’odore della morte.
Quando Chiaretta fu portata via dal capo dei malviventi, dieci anni prima, ebbe paura a ogni passo svelto che percuoteva l’erba fitta della foresta. Quel fetore di sangue le confondeva la vista e gli rivoltava lo stomaco morbido, fragile… rinchiuso. Il Capo l’aveva presa come pegno. La”compagnia” la pretendeva come premio. L’uomo che la portò via non sfiorò mai un solo capello della diafana sirena catturata. Quella giovane dallo sguardo selvaggio e puro lo catturò nell’animo, nel petto pieno di peccato… di malvagie azioni e ignominie.
La protesse come un fiore raro… carnivoro e poco noto. Le preghiere rabbiose di quella piccola suora celata lo riportavano a un’umanità che aveva dimenticato. Come provare Amore tra il male e l’incoscienza? Tra la sopravvivenza e l’egoismo tagliente. A lui bastava averla accanto, sentire la sua flebile voce. Avere la giacca ricucita da quelle piccole mani tremanti. Chiaretta fu l’angelo e la madre benedetta di quella “Compagnia della morte”.
Non tutti comprendevano l’atteggiamento del capo. Le prostitute erano care, passavano di rado… il Conte controllava le strade e scendere verso il borgo sarebbe stato troppo rischioso.
 Il corpo dell’uomo a volte è cieco e famelico, come una bestia selvaggia domata che per la prima volta assaggia la carne vibrante e viva. Gli stranieri assassini rispettavano il Capo che li aveva condotti alla libertà, ne avevano paura; ne avevano rispetto. Uno solo tra tutti non perse mai la fame per il “premio”: quei fianchi accennati nella veste che li ricopriva. Che Chiaretta smacchiava con la cenere. Che lavava di nascosto, nella notte; e faceva asciugare in un focolare che per lei il Capo silenzioso, la sua protezione crudele, accendeva guardandola negli occhi senza proferire alcuna parola.
La suora così accolta nella fucina del peccato, teneva appese quelle anime al filo sottile della Speranza. La vita può rendere l’umanità crudele. Il Paradiso a volte viene negato “per nascita”. Chiaretta spezzava il pane con loro. Guardava le loro mani sporche di sangue e pregava per ciò che ella non vedeva ma teneva sulla schiena; anche per quegli uomini, quei relitti, quei maledetti.
Nell’accampamento si parlava poco e ci s’intendeva con un ghigno o un cenno del capo. Un gesto sotto al mento. Dieci anni prima il Capo parlò con un tono del tutto diverso per la prima volta, e disse: «Mi Chiamo Borja, nelle mie terre significa “Combattente”, quale è il vostro nome?», «Chiara Francesca Beatrice L…»
 L’uomo la interruppe: «Qui nessuno ha un cognome. Qui nessuno ha un’origine. Dimenticate il “grasso maiale”. Dimenticate il mondo. Adesso la foresta è la vostra casa. Camminate più svelta. Dovrete abituarvi a correre. Dovrete correre quando sarà necessario. Promettete!»
 Chiaretta fece un cenno con il capo. Lei aveva imparato a parlare senza usar la gola. Anche se ora un nodo le stringeva sia la gola che il cuore. Mentre la mano di Borja la conduceva nell’oscurità, per la prima volta si trovò nel giusto posto, nel giusto passo. Iniziò a correre, a correre veloce e veloce. Suor Chiaretta Laurenzio non aveva mai corso. Gli facevano male le ginocchia, le mancava il fiato, le vibrava la fronte coperta dal suo velo.
Quella sera mangiarono tutti, in silenzio, la carne di cavallo: il bottino forse più gradito dell’assalto, dopo Chiaretta. La piccola suora mangiava di gusto come non aveva mai fatto: quella carne gli sembrava il primo “sapore” che avesse mai percepito. Chiaretta sorrideva con le lacrime agli occhi, divisa: libera e stordita di meraviglioso spavento. Stretta in se stessa per il freddo insistente della notte. Nessuna coperta, nessuna candela. Nessun lamento sessuale del fratello, che si intratteneva nel salone con una giovane serva. Solo la luna. Solo Dio che gli parlava per la prima volta dalle foglie cantanti. Tutto intorno a lei il peccato di quegli uomini. La sua croce ora era vibrante, luccicava di preziosità intangibili: di fede e forza.
Borja gli si rivolse severo: «Promettete fedeltà e non vi verrà fatto alcun male. Nel mio paese volevano ucciderci tutti, eravamo ribelli un tempo. Ora siamo assassini. Siamo sopravvissuti… e siamo morti per sfuggire alla morte. Noi non ci fidiamo di nessuno. La pietà è una zavorra che lasciammo quando diventammo fantasmi. Promettete fedeltà alla “Compagnia”, servitela e non parlate se non siete interrogata…»
 Chiaretta era abituata a non esprimere mai un pensiero, a non parlare. Ma ora gli era stata rivolta una domanda. La prima domanda che sentiva avere importanza. Dopo quella che la consacrò a Dio, quando ancora era una bambina. Poggiò la scodella in legno che aveva svuotato con gusto, guardò Borja negli occhi e sussurrò: «Prometto fedeltà ai miei padroni, prometto fedeltà a VOI!»

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Un uomo alto e secco, in fondo, guardava le caviglie di Chiaretta che brillavano di sudore freddo alla luce di una luna tagliata e spigolosa. Si inumidiva le labbra di vino mentre fissava il Capo guardare con occhi diversi quel “pegno”. Quel puzzo di uomo che non divenne fantasma ma nacque diavolo… scorse prima di tutti l’Amore nascere negli occhi del Capo. Scorse la debolezza. L’individuo gobbo, con la sua testa piccola e lunga, mancante di un orecchio e di senno… sapeva che la debolezza porta ai passi falsi: i passi falsi portano alla distrazione… alla morte. E al soddisfacimento di chi, acquattato attende il suo momento.





3. L’Innocenza tra i lupi

La piccola suora timida, con il tempo, era diventata una creatura della Foresta e rimpiazzava i lembi laceri della sua veste con pelli di animale. Borja gli aveva insegnato a cucire insieme ciò che la caccia e la natura donavano. Un collo di coda di lupo era diventato il suo collare che ornava la sua doppia natura sacra e terrena. Il più anziano della compagnia era Vuk (il lupo).

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 L’uomo era tozzo e bruno sulla pelle come un tronco di quercia. I capelli bianchi erano raccolti in una treccia corta e grossa. Vuk detestava il membro senza un orecchio: anche gli altri non si fidavano di quell’uomo con il mento scosceso come una rupe. Essendo la sentinella fedele della compagnia, il braccio armato e sapiente di Borja, Vuk non perdeva di vista Chiaretta. Aveva intuito che il compagno dell’est più oscuro, quello spinto verso il nord, aveva una “sete” che andava ben oltre la sopravvivenza che quella Compagnia cercava di mantenere e proteggere. Possedeva anche una crudele fame di sangue oltre il necessario crudele codice che tutti quegli uomini seguivano. Rubavano e uccidevano. Tutti avevano imparato a sopravvivere a quel mondo duro e ben più sanguinario delle loro mani ispide. L’uomo senza un orecchio aveva tolto la vita a Giovanna e Fiore. Aveva sgozzato il cocchiere. Era stato più volte bastonato da Borja per la sua voglia cieca di sangue oltre ogni limite. Quando s’intratteneva con le prostitute tagliava loro i capelli… li strappava forte. Li lacerava vicino alla carne. S’inebriava dello sguardo di terrore di quelle anime perdute, di quei corpi che lui sottometteva con vile violenza. Borja aveva promesso di proteggere tutti i suoi compagni. Ognuno era un pezzo tessuto insieme… ma quel lembo marcio iniziava a essere lo specchio malvagio, sghignazzante, in cui nessuno voleva guardarsi… riconoscersi.
Vuk riusciva a comprendere il linguaggio dei lupi e passava con loro le ore della notte. Si rotolava tra le foglie, si faceva annusare da quegli animali: bruni e grigi, proprio come Vuk. Una volta Chiaretta lo scorse da lontano mentre si faceva mordicchiare la faccia da quei lunghi denti affilati. Vuk la invitò ad avvicinarsi. I lupi si fermarono con sguardo obliquo attendendo un cenno dell’umano. Vuk invitò la piccola suora e disse: «Venite, non vi faranno nulla. Avete addosso l’odore della Compagnia. Vedete… nella nostra terra ci sono molto lupi. Sono più grandi dei vostri. Più famelici… chiari e dalla schiena curva. Questi animali sono più piccoli ma molto più fedeli. Hanno le caratteristiche di questa terra forte, gentile nei suoi colori e nel suo sole di Primavera. Mi manca casa… ma qui ho trovato un angolo dove aspettare ormai la fine: la mia dannazione. Questi animali mi fanno sentire ancora un essere degno di questa terra. Ci capiamo. Uccidiamo insieme. E loro non provano rimorso. Invidio la capacità degli animali di fare ciò che si deve… ma voi avete il vostro Dio. Voi avete la vostra croce. Io ho i miei lupi!»
Chiaretta si chinò e si fece scrutare da quegli animali, si fece sporcare da quelle fauci ancora insanguinate del pasto di quella notte. Si bagnò dell’odore vibrante della Natura in tutta la sua crudele bellezza. Quella notte pregò Dio per Vuk. Quella notte non dormì pensando a come Vuk la avvertì di stare alla larga dall’uomo senza un orecchio. Colui che non aveva mai rivelato il suo nome, e che tutti chiamavano “Violentă”.


Continua...




I DUE GIOVANNI E IL DIAVOLO PARTE II






I DUE GIOVANNI E IL DIAVOLO


CAPITOLO I


Parte seconda

4. L’ira della Sirena

Il giorno dell’assalto cambiò ogni cosa. A volte ci sono eventi terribili che provocano echi inestinguibili.
Chiaretta aveva vissuto una vita da reclusa. Dopo aver passato quindici anni nel convento dove era stata segregata, quando ancora le sue aspirazioni erano grandi, aveva imparato che il suo posto era quello in fondo. Negli angoli nascosti poteva parlare solo con Dio e con se stessa: gli unici interlocutori di cui si fidava, e a cui ottenebrata rivolgeva le sue lamentazioni, ripetute ossessivamente muovendo il capo avanti e indietro. Tra le consorelle era la più silenziosa, la più gentile. Le sue preghiere erano lunghe e rabbiose: nel cuore nascondeva il fuoco eterno del risentimento, che la puniva ogni giorno… ancor più delle frustate che s’infliggeva per piegarsi a un destino sul quale non aveva mai avuto potere alcuno.
Il giorno dell’incontro con i malviventi vide la morte, ancora una volta. Lei era stata abituata al sanguinario amministrare del fratello Cardinale. Dopotutto ella era quasi contenta di vedere il suino corpo di Angelino gettato a terra, come il cadavere di un maiale da scuoiare. Ella però ebbe paura per sé: nel tempo aveva coltivato un egoismo ben nascosto. Provava sentimenti di paura e sfiducia per ogni singolo essere umano; non aveva potuto conoscere alcun genere di amore e rispetto reciproco, e nutriva nel petto una bruciante fede in se stessa e nella forza della sua fame di riscatto. La croce d’argento che portava al collo era il monito di quanto lei avesse intenzione di sfidare ciò che Dio aveva deciso per lei… il Dio Laurenzio. Chiaretta credeva molto nel Signore suo Pastore, credeva in un Onnipotente vendicativo: lo aveva letto in tutte le pagine dove da bambina passava le ore fantasticando su pestilenze e Apocalissi, che avrebbero liberato la sua anima e le sue membra avvolte da invisibili rovi avviluppati.
Quando il capo dei malviventi l’afferrò, per gettarla fuori dalla carrozza, sentì un brivido di piacere che la inebriava. L’invitante sapore di una paura differente, di una paura accompagnata da emozioni mai provate, e così piacevoli nella loro subitanea potenza, le riempiva la gola stretta nel silenzio che la strozzava da tutta la vita. Quell’uomo così forte e sporco fu il primo tocco maschile che avesse mai sentito.
Chiaretta venne fatta accomodare, quasi gentilmente, accanto al corpo tremante del fratello. Lei e il capo si guardarono e nessuno dei due proferì parola. Il Laurenzio continuava nelle sue farneticherie piagnucolose, che non aveva interrotto neanche quando Chiaretta fu afferrata. A lui non importava di nulla fuorché di se stesso: avrebbe consegnato agli assalitori “qualunque cosa” con le sue mani gonfie… se questo gli avesse potuto salvare la vita. Angelino fu spogliato di ogni avere, il capo continuava a fissare Chiaretta. Il Cardinale vedeva ormai la sua fine approssimarsi, e non riusciva a far altro che piangere come un infante afflitto dalla malattia nera. La piccola suora dal viso appuntito, quasi maschile ma tinto di un fascino diafano, che la rendeva quasi una sirena imprigionata da una rete di grossa stoffa bianca e nera, teneva stretta la croce d’argento e il rosario; e sapeva… sapeva che quel giorno tutto sarebbe mutato.





5. Il pegno



Il capo degli assalitori teneva un lungo coltello dal manico dorato nella mano sinistra. Il suo tocco mancino era pronto per sgozzare il “maiale”…
Chiaretta per un secondo sentì il dolce carezzare della vendetta, che le rizzava la peluria della schiena intrappolata nella sua posa china. Lei aveva passato moltissimo tempo nella solitudine della sua cella; e poi dell’umile camera dove il fratello l’aveva riposta come un oggetto da tener da parte… perché ancora non se ne conosce l’utilità o la pericolosità. Era stata strappata dal convento perché il Laurenzio voleva tenerla sotto il suo sguardo. Egli era affetto da una maniacale ossessione per il controllo, odorosa di una coscienza di pietra, mutata in paranoia di resistente marmo tombale. Chi perpetra atti malvagi sa che prima o poi ne pagherà il prezzo. L’Inferno anticipa sempre il suo arrivo, con qualche avvisaglia improvvisa su chi gioca con le regole dettate dal Demonio.
La giovane suora restò a fissare il coltello con le labbra umide. Avrebbe voluto afferrare essa stessa quell’arma, e infilarla nelle pieghe sanguinanti della sua vita buia. La croce iniziò a pesargli fin dentro il petto, e gli donò la forza di uno scudo quasi incantato; e di promesse e speranze incastonato. Imbracciò poi l’intelligenza che la solitudine gli aveva forgiato come un fabbro operoso. L’ambivalenza del suo animo ribelle e della sua fede severa, e vendicativa, gli fece aprir bocca per la prima volta dopo molto tempo, e così disse: «Vi prego Signore, risparmiate mio fratello… è sangue del mio sangue… prendete me, farò qualsiasi cosa vi prego! Lasciatelo andare, è un uomo molto potente e ricco. Sicuramente potrà ricompensare la vostra magnanimità con altrettanta generosità. Io sono solo una povera suora ma v’invito a non macchiare ulteriormente le vostre mani di sangue innocente. Avete preso ciò che volevate, noi non faremo parola dell’accaduto, e vi prometto che sarò la vostra serva, da ora in avanti, se sceglierete di risparmiarlo. Di risparmiarci. Vi supplico!»
 Il Laurenzio non sentiva parlare la sorella da anni; ma iniziò subito a macchinare nella sua mente, avvezza agli accordi, un qualche stratagemma per distogliere l’assassino dal suo coltello. Sapeva che Chiaretta sarebbe stata utile un giorno, e forse quel momento era arrivato. Forse avrebbe potuto venderla al suo assalitore per aver salva la pelle… Chiaretta pensava le medesime macchinazioni, e sapeva bene cosa faceva e cosa desiderava. Anelava la vendetta sul fratello, ed era assetata da troppo tempo di una libertà che non aveva mai conosciuto.
 Il suo spietato padrone avrebbe forse avuta salva la vita… e anche lei. Forse sarebbe potuta fuggire da quella vita imposta e confusa… sarebbe andata incontro a qualunque destino purché fosse per una volta determinato solo da una sua azione. Avrebbe pagato ogni conseguenza… avrebbe affrontato ogni pericoloso risvolto delle sue parole. Qualcosa poi le diceva che quell’incontro era stato mandato da Dio, e che Dio trova sempre il modo di vendicarsi sulle anime malvagie. Angelino un giorno avrebbe pagato l’ennesimo patto incauto.
Il Laurenzio tossì e proseguì le preghiere di Chiaretta prendendo la parola: «Mia sorella ha ragione, vi ricompenserò. Se mi uccidete, tutti vi daranno la caccia. Noi non faremo parola del vostro assalto. Sapete io sono molto ricco e posso darvi tutto ciò che volete. Ho ammirato la vostra destrezza e v’invito a lavorare per me. Possiamo accordarci ma vi supplico risparmiatemi! Adesso mi avete tolto tutto…»; ma finendo di ciarlare ammiccò all’uomo girando lo sguardo verso Chiaretta e le sue labbra umide e dischiuse. Il capo dei malviventi aveva ben ascoltato sia la suora che il grasso Cardinale. Soprattutto aveva intuito quanto l’opulento ometto avesse poco a cuore la vita della sorella, avendo parlato per se stesso stringendo ancora l’anello vistoso senza aver rivolto alcun gesto alla povera suora, che si stava offrendo per salvargli la vita. Fu disgustato di quella situazione che si sarebbe potuta risolvere molto in fretta. La presenza di quella piccola giovane, brillante dei suoi occhi arguti dallo sguardo basso, aveva complicato la questione per qualcosa che in quel momento lo confondeva; inoltre sapeva che uccidere un Cardinale avrebbe scatenato una caccia all’uomo senza sosta.

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 La fanciulla, avvolta nel suo sacro abito, aveva risvegliato in lui qualcosa. Quegli uomini non avevano la compagnia di una donna da molto tempo. Venivano dalle lontane terre dell’Est; erano fuggiti dalla scure del boia seminando una scia di sangue dietro le loro spalle. Ma quella suora aveva qualcosa di speciale. Aveva negli occhi il fuoco delle donne della loro terra, e i tratti delle Icone delle cattedrali d’Oriente.
Il capo accettò il “contratto” di lavoro proposto dal Cardinale. Gli diede un pugno sul volto tanto da fargli saltare il dente d’oro che gli illuminava il sorriso giallo e unto. L’uomo misterioso raccolse il dente da accanto il corpo svenuto del maiale scampato al macello… raccolse poi anche Chiaretta e la portò via con sé, sparendo nella foresta con gli altri uomini carichi dei pezzi delle carcasse dei cavalli.
Angelino si risvegliò quando la notte era già calata. Pianse di gioia nel vedersi vivo… e non vedendo Chiaretta considerò il contratto sigillato.




6. Giovan Festa e il desiderio all’edera scura



Il Festa restò a guardare quelle figure circospette che si muovevano lente tra le fronde della Foresta. Sotto il suo sguardo vide quella compagnia, dall’occulto andare, sedersi… come afflitta da un peso insostenibile e invisibile. Quei briganti stranieri si poggiarono a terra e si tolsero dalla cintura delle sacche ricamate dai colori vistosi. Colui che sembrava guidare quel gruppo di figure mascherate, aprì la sua sacca e vuotò a terra un contenuto che accecò lo sguardo sempre più interessato del Conte.
Sull’erba umida un gruppo di pietre luccicanti ruppe l’oscurità di quella notte ventosa illuminando tutto intorno. In un modo innaturale, potente, ipnotico. Il Festa allungò la mano e avrebbe voluto afferrare quegli oggetti meravigliosi, che sembravano chiamarlo e invitarlo a un convito a cui ora voleva assolutamente partecipare, con tutto se stesso. Gli uomini non riuscivano più a camminare, e sembravano affaticati più di una legione di ritorno da una lunga guerra. La figura seduta che contemplava le pietre luminose, non faceva altro che guardare il suo bottino; e sembrava parlargli con fare disperato… confuso…. supplichevole. Giovanni voleva quel tesoro per sé ma sapeva che dalla sua finestra non poteva raggiungere ciò che anelava; se avesse allertato i suoi uomini loro avrebbero potuto rubare qualche pietra… non poteva fidarsi di nessuno. Le pietre chiamavano il suo nome ossessivamente. Una paranoia, mista a piacere e bisogno, lo avvolse come un sudario stretto, odoroso e inebriante. Allungò ancora le mani verso quella visione celestiale… gli uomini nel frattempo avevano poggiato a terra le loro sacche e ne avevano svuotato il contenuto; si reggevano il capo e scuotevano a destra e sinistra la testa, cercando come di scacciare una vespa determinata a pungere la loro carne. Il Conte disse ad alta voce: «Le mie ricchezze sono imponenti, il mio potere saldo e spietato. Mi sento vuoto in questa fortezza buia. La luce di quelle pietre m’infuoca il cuore. Farei qualunque cosa per stringerle a me. Toccarle. Baciarle. La mia anima non vale quanto quella bellezza che non posso sfiorare. Brucio, brucio…»
 Il Conte iniziò a piangere come un infante a cui avessero strappato il suo latte. A un tratto, da fuori la finestra, l’edera scura e infestata iniziò a contorcersi e a invadere la pietra su cui le mani del Festa si erano aggrappate, nella disperazione di un desiderio incontrollato. Le foglie nere e appuntite liberarono ragni e scorpioni che iniziarono lesti a correre via… come spaventati da uno stivale incombente sul loro corpo piccolo e sgradevole. L’edera scura prese a parlare: «Conte ho ascoltato le tue parole. Ci sarebbe un modo per cessare questo dolore, questa sete che vi affligge. Potete avere tutto ciò che volete. Voi siete il Conte Giovan Festa… e nulla vi è precluso. Io posso placare il vostro desiderio. Promettete di accettare il mio magnanimo aiuto… dovete solo farvi toccare. Lasciatemi il vostro corpo ed io vi curerò. Lasciatemi entrare, e promettetemi che qualunque cosa io tocchi e che decida di prendere voi me la darete. Sigillate dunque il contratto?»
Il Festa non sapeva da dove venisse quella voce, riusciva solo a fissare le pietre luccicanti e gli uomini presi da spasmi, e strane forze, che vi si agitavano intorno. Fino a quel momento aveva ottenuto ogni cosa… non aveva mai provato un vuoto tale nel petto. Avrebbe lasciato tutto ciò che portava indosso. La sua cintura. La sua spada ornata di rubini. Il suo collare d’oro. I suoi orecchini di diamanti. Non c’era nulla di cui non si sarebbe spogliato per baciare quei preziosi che lo chiamavano per nome ancora e ancora.
L’aiuto presto offerto, ecco che cela spesso un inganno assai molesto.
Le brame ardenti oscurano il giudizio di chi non ha mai avuto caro il significato della Vita. Chi non ne rispetta il valore e le regole… ecco che non ne conoscerà mai le insidie e le armi silenti.

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Il Conte aprì le braccia al vuoto e disse: «E sia…»
 L’edera scura prese ad avvolgerlo… s’intersecò attraverso le sue gambe, gli coprì le braccia e s’inumidì della sua lingua che fuoriusciva da una bocca aperta dalla confusione e dal piacere. I rami gli ornavano i capelli…. il petto scolpito di muscoli solidi era vestito ora di un’armatura di rami e foglie spigolose. A un tratto si sentì un abbaiare lontano: un ululato lungo e stridulo, dissimile da qualunque richiamo di un lupo di montagna. L’edera strinse quelle carni abbandonate come fa un amante violento. In un attimo i rami si dissolsero. L’abbaio si fece più vicino e il Conte spalancò gli occhi come risvegliato da un sonno agitato.
Urla di dolore e di morte presero a lottare con i gridi del vento. Un cane marrone-nero apparve nella luce di quelle pietre… il sangue degli uomini che quelle pietre avevano mostrato, non volendo, ai bramosi occhi del Conte, prese ad annaffiare la terra impietosa e gli alberi unti di resine e muschi maleodoranti.
Giovanni, con il busto totalmente sporto fuori dalla finestra alta… ecco che prese ad annusare l’odore di carni lacere che saliva dalla Foresta Proibita. Il cane si voltò a guardarlo…
Quattro occhi s’incrociarono in un lungo e inteso momento.
Ogni cosa cessò il suo moto. Il vento si fermò.
Giovanni si guardò addosso toccandosi: non mancava nulla. Non capì cosa l’edera avesse preso come prezzo. Si pensò furbo… guardò ancora il cane che lo fissava mentre gli uomini giacevano morti… a brandelli.
Il Contratto era stato sigillato con qualcosa che il Festa non aveva mai utilizzato… “sfruttato” come ero atto a fare, e che per questo gli risultava impercettibile…
Il desiderio volgeva al suo soddisfacimento. Ogni cosa stava per volgere verso un oscuro scorrere che divenne leggenda.


Continua...