lunedì 7 ottobre 2019

I DUE GIOVANNI E IL DIAVOLO PARTE IV










I DUE GIOVANNI E IL DIAVOLO

CAPITOLO II

Parte seconda




4. La veggente



Dopo un anno Chiaretta era diventata una protettrice dei predatori; e una pura creatura di preghiera come non lo era mai stata quando era in convento. Aveva imparato a stare in silenzio per interi giorni. Davanti al fuoco ascoltava Borja suonare un malandato violino: il bottino di un assalto a una compagnia di musici e saltimbanchi, provenienti da terre lontane. La piccola suora rincorreva quelle note con un mugugnare dolce, senza parole. Vuk si poggiava con la testa alla femmina dominante dei suoi lupi, mentre si faceva leccare i graffi ottenuti lottando con qualche contendente più ardito. La saliva dei lupi è preziosa: ha un potere rigenerativo… e una loro attenzione al loro compagno uomo, era il segno di un legame profondo. Anche questo privo di parole ma ricco di odori, gesti, forza e sangue.
L’uomo in fondo fissava Chiaretta. Sempre.
Dopo nove anni la piccola suora, ora più muscolosa nelle braccia e nella volontà, era presso il fiume fangoso che bagnava quelle terre in Inverno così umide. Il Capodanno celtico era vicino… lo aveva letto in alcuni libri che Borja aveva preso da una Chiesa abbandonata. Chiaretta stava imparando così tanto… da libri mai concessi, e da piaceri tangibili puri e non più repressi.
Mentre era tra quelle acque fredde a bagnarsi i piedi stanchi, e riponeva le ciotole di legno sulla terra per poi accingersi a lavarle… ecco che una donna dal passo elegante, e misterioso, si avvicinò a quella strana creatura dal velo di monaca e dalla pelliccia da lupo: una Zingara. Chiaretta non sapeva cosa fossero gli Zingari. Chiaretta non conosceva molte delle cose che gli si paravano davanti giorno dopo giorno. A differenza di quanto accadeva in passato, ora non aveva più paura di ciò che nel mondo poteva graffiarla, ammalarla o ammaliarla. Il violino di Borja riusciva sempre a farla sentire calma. Bene. Amabile. Amorevole verso tutto ciò che Dio aveva creato.
La Zingara guardò Chiaretta intensamente e, poggiando il rametto di erbe che portava in mano e una sacca ornata, si sedette accanto a lei e gli disse: «Voi avete un animo freddo e limpido come quest’acqua quando inizia a cadere la neve. Avete la sofferenza negli occhi. Avete l’amore nel ventre. Amate un uomo, ma siete promessa a un altro. Questa foresta è diversa… sussurra inquieta da quando il Conte si è insediato lì. Guardate in alto… notate quella fortezza? Il gufo ha parlato. Noi moriremo insieme giovane fanciulla velata. Sii serena. Dove andrai potrai abbracciare entrambi i tuoi amori. Senti la pace nel cuore? È ciò che vuoi. Lo sento. Un violino verrà tinto di morte. Attenta all’uomo senza un orecchio…»
 Chiaretta cercò di chiedere spiegazioni, anche se quelle parole gli sembravano meno celate di quanto volesse credere. La Zingara gli poggiò l’indice sulle labbra e gli bloccò ogni risposta, poi sussurrò: «Non chiedete. I gufi rivelano… ma non svelano il tempo». 


_______



L’elegante donna, dai lunghi capelli corvini… scomparve appena prese una pietra tra le mani e vi sussurrò dentro una frase, incomprensibile alla suora dai piedi ancora immersi nel fiume. Chiaretta guardò alla sua sinistra e vide un gruppo di monete: avevano sopra una croce incastrata in un cerchio spesso e delle scritte che non riusciva a distinguere, discernere. Sentì che doveva prendere quel mucchietto luccicante per una ragione. Lo mise in tasca… si fece il segno della croce… e restò lì a pensare se davvero avrebbe raggiunto un luogo dove avrebbe potuto amare pienamente i suoi sposi, nella purezza dello spirito… nella beatitudine dell’eterno. Non ebbe paura della Zingara perché non conosceva bene la magia o l’umanità che si stagliava fuori dalla tenuta di Angelino, fuori il convento; o fuori dalla Foresta. Ebbe però paura dell’uomo senza un orecchio.
Proprio negli stessi attimi, quell’uomo aveva visto la scena… nascosto come sovente faceva: come un ragno raggomitolato sotto una foglia. Violentă aveva visto la Zingara, sapeva che gli Zingari hanno molto oro. Corse via e andò veloce verso il sentiero per cercare di trovarne qualche traccia. Violentă ascoltò dei canti e dei sonagli… Violentă venne a scoprire che all’inizio dell’estate, gli Zingari sarebbero tornati. Girò i tacchi alla svelta e inciampò nei piedi di un uomo goffo che cadde con lui in una nuvola di polvere. L’uomo goffo, appoggiato al suo bastone curvo, era Giovanni “La Paura”. Così tutti lo chiamavano. Così lui si vedeva. Violentă si rialzò e diede un calcio alla curva schiena di quell’ometto insignificante.
All’inizio dell’estate gli zingari sarebbero tornati.




5. Maledizione e morte



La Primavera passò lesta. I pollini erano passati veloci attraverso il vento; quella polvere giallastra aveva tinto le giubbe di quella “Compagnia della morte”, che da qualche giorno confabulava scura e sommessa sotto gli occhi di Chiaretta, che muta osservava e nulla avrebbe potuto sospettare. Violentă era diventato una civetta obbediente e servile; e sempre stava attaccato alle spalle di Borja. Il Capo ascoltava nella notte la sua civetta ultimamente così mansueta e fedele. Il violino restò poggiato a terra per giorni; Chiaretta non comprendeva quell’atmosfera segreta e di malaugurio circondata. I lupi di Vuk spesso venivano mandati sui sentieri alla ricerca di informazioni di cui la piccola suora non capiva la natura e lo scopo.
Violentă aveva convito la Compagnia ad assalire gli Zingari, egli sapeva sarebbero presto tornati nei pressi della Foresta. Il Cardinale Angelino, dal giorno dell’assalto, li teneva prigionieri di un patto che li aveva condotti su un fiume di sangue che scorreva troppo veloce anche per le mani salde e incoscienti di quegli uomini soli e disperati. Le monete si accumulavano, le sfortune anche. Ormai l’operato del Cardinale aveva reso troppo noti la presenza e gli operati di quelle dieci anime; che solo Chiaretta accudiva, per cui solo Chiaretta sperava ancora. Borja ogni giorno pensava al dì dell’assalto e del patto. Una forza incontrollata lo portò a diventare servo del maiale che avrebbe potuto macellare con due gesti veloci… ma quella forza da quel giorno non l’aveva mai abbandonato; cresceva e si moltiplicava tra i capelli di Chiaretta. Egli riusciva a scorgerli quando la vegliava nell’attesa dell’asciugatura della sua sacra veste.

_______


 La coperta che lei teneva stretta tutta intorno al suo corpo di rara perla, lasciava a volte uscire delle ciocche scure e disordinate, luminose e vive come il dorso di un serpente. Borja voleva andar via. Per la prima volta sentiva che forse una parte di lui ancora non anelava all’oblio. Non poteva avere Chiaretta, forse, e non poteva abbandonarla: questo era certo come quel fuoco che gli scaldava da dentro il petto quadrato e segnato di cicatrici, le quali erano ormai il segno di come il male lo aveva toccato… di come il male aveva operato attraverso il suo corpo forte, e al contempo stanco.
Se Violentă aveva ragione, tutti avrebbero potuto avere l’ultimo bottino da quella terra; ormai prigione meravigliosa per uomini che sapevano essere destinati alla forca che anni prima avevano evitato con tanta abnegazione, fino alla maledizione di se stessi.
La Compagnia stava organizzando l’assalto agli Zingari. Il tutto era stabilito per l’indomani, le tracce erano chiare e i lupi avevano scovato la magica carovana colorata che lontano dal sentiero si nascondeva.
I “dieci” in un attimo furono addosso e tutti intorno alle vittime designate. Il tramonto accarezzava appena i cappelli fumosi delle montagne… e Chiaretta sapeva cosa stava accadendo poco lontano da lei: Vuk aveva un debole per la piccola suora che sentiva come una figlia, anche se lui non provava sentimenti umani… solo un incondizionato istinto di sopravvivenza e protezione del suo “branco” così elegante; ma cencioso. Un branco di anime e piedi sempre freddi e stanchi. Chiaretta ricordava le parole che mesi prima gli disse la strana donna dai lunghissimi capelli, e dal viso truccato da segni che ricordavano rami o grinfie. Le monete che la donna gli aveva lasciato, lei le teneva nascoste sotto un vecchio albero di noce. In convento aveva sempre sentito dire che quella varietà di albero ha strane energie, e che mai bisogna addormentarsi sotto uno di esso… pena la perdita del senno. Chiaretta sentì che quel posto era il riposo adatto per quel mucchietto di cui ancora non capiva l’utilità. Le piccole mani “benedette” pregarono su quelle monete ogni sera; quelle mani macchiate di terra e malinconia consegnarono a Vuk le monete. Mani nelle mani di quell’uomo-bestia disse: «Tenete queste monete, non hanno un valore che io possa decifrare… ma che vi proteggano. Non vi porgo una croce e non vi invito a guardare il cielo e a invocare qualcosa che per voi è sfocato e lontano. Sentite ora le mie mani;  che il mio affetto per il “branco” vi accompagni dove io non posso raggiungervi, dove io non vi vorrei diretti… da dove sento non tornerete impuniti!»
Gli Zingari avvertirono appena le ombre che avvolsero i loro mantelli variopinti. Violentă mutò la mansuetudine che aveva mostrato scaltro per mesi: sgozzò i sette Zingari e guardò soddisfatto Borja con il fiatone in corpo. Il capo capì che quel sangue versato aveva un odore diverso; quando raccolse dalle mani della Regina degli Zingari il sacchetto violaceo che ella stringeva tra le mani… guardò il ghigno sereno che la donna morente gli rivolse. Tutto, in un attimo, fu avvolto da voci sinistre e sferzate di risate stridule e canti lontani ripetuti e incomprensibili. La Compagnia per la prima volta ebbe paura. Ogni membro prese il suo bottino di ori e pietre; Borja stringeva tra le mani il sacchetto e, preso da tremori sconosciuti, ordinò che il carretto degli Zingari fosse bruciato. Ognuno caricò un corpo dietro suo invito; e tutti si diressero al “Burrone dei tori impazziti” per gettarvi quei cadaveri che sembravano dirigere i movimenti di quelle entità che si erano scatenate tra gli alberi.
Mentre correvano ogni albero sembrava piegarsi, ogni cornacchia li rincorreva urlante e rabbiosa. Giunti al burrone, così noto perché dei tori impazziti vi precipitarono in tempi lontani, ognuno gettò il suo fardello. Le monete che Vuk aveva dato a ognuno tintinnavano a ogni loro passo: tutti i membri le avevano cucite intorno agli stivali logori.
Una voce si alzo dal burrone: «I gufi parlarono. Maledetti dal nostro sangue, le monete accoglieranno le vostre anime che per sempre saranno imprigionate anelando fino alla liberazione in un Inferno meritato! Sassi e pietre, e sacchetto di lavanda vestito… misteri e prigioni. Avarizia e Male. Male sul Male. Male nel Male. Eterni gli Spiriti del nostro Popolo viaggiano e combattono. Eterni i sussurri della vendetta. Senza tempo il potere che viene dalla linfa lattiginosa. Rossa ora e tinta, il fuoco vi avvolga e le vostre menti adesso bruciando INCATENA!»
Ogni voce che li aveva rincorsi tra i rami e i rovi si insinuò tra i capelli lunghi e sudici di quegli uomini che sentirono mille formiche fameliche affilare le fauci attorno ai loro pensieri. Le monete inziarono a brillare… solo un piccolo miracolo fu possibile…
La Regina degli Zingari aveva previsto ogni cosa; ma come ogni veggente sapeva di non dover cambiare il corso degli eventi. Usò Chiaretta per far arrivare le monete incantate a quelli che sarebbero stati la rovina per lei e la sua famiglia. L’Amore e la scaltrezza incosciente della piccola giovane crearono il miracolo che quel giorno riuscì a salvare anime che non avrebbero avuto altra possibilità di salvezza. Le preghiere che Chiaretta aveva rivolto a quegli oggetti forgiati dal fuoco magico, avevano avvolto quelle monete di una benedizione sempiterna e potentissima: l’AMORE. Le monete vibravano sui calzari degli uomini che saltellavano come mosche a cui erano state strappate le ali. La magia della Zingara richiamava quelle anime… l’Amore di Chiaretta bloccò la “maledizione” e le anime dannate restarono protette in quei corpi che si contorcevano.
La Compagnia scappò dal burrone e si diresse nel cuore della Foresta, sotto l’occhio silenzioso della Fortezza del Festa.
Gettati a terra, con i capelli strappati tra le dita, videro arrivare un cane scuro e alto. 


Tutto fu sangue e grida. Violentă riuscì come al solito a restare in fondo. Si nascose dal cane e guardava foglie e rami tingersi di membra e capelli e sangue. Non si mosse.

  La follia che aveva accecato gli altri non riuscì a penetrare nella mente di quell’uomo che “nacque diavolo”.
Violentă non aveva preso nessun oggetto dai corpi degli Zingari. Lui nacque da una famiglia di Zingari e conosceva molti segreti;  nessuno però aveva mai scoperto i suoi. Il giorno in cui il passo falso di Borja si sarebbe trasformato nell’opportunità di chi da lontano attendeva era giunto.
La Compagnia spirò in un sol momento di terrificante comunione. Il corpo di Vuk giaceva sopra la figura di Borja che di nascosto rantolava ancora… mentre un misterioso uomo lì arrivò e con quel cane nero si fissò a lungo.

Chiaretta avvertì un ululato nell’aria, mentre intorno al fuoco, da interminabili minuti, affannosa sentiva la morte che gli appesantiva il collo e il capo. La sua paura in un attimo divenne rabbia, divenne forza: la suora si alzò di scatto e iniziò a correre tra gli alberi…
La giovane diafana pensava alla donna che presso di lei al fiume si presentò… correva e pensava al violino di Borja… correva e pensava alla promessa che fece al silenzioso capo dai capelli con i riflessi dorati; correva come aveva promesso dieci anni prima.


CONTINUA...