giovedì 6 agosto 2020

ANTONIO TABUCCHI

IL ROMANZO REQUIEM:
SOGNI E RICORDI TRA FANTASMI E INCONSCI (O ANIME?)



CENNI BIOGRAFICI

Antonio Tabucchi nasce il 24 settembre del 1943 a Pisa, anche se viene registrato un giorno prima, il 23 settembre; mentre sulla città si abbattono i primi bombardamenti americani. Suo padre è un commerciante e sua madre un’ostetrica.

Tabucchi trascorre l’infanzia nella casa dei nonni, presso il borgo di Vecchiano. Ha un grande passione per l’arte, che matura grazie alle gite a Firenze in cui lo coinvolge lo zio materno.

La lettura è un’altra grande passione. Questo stretto rapporto si fortifica, specialmente, quando lo scrittore a 14 anni è costretto a letto da un’ingessatura.

Frequenta il liceo a Pisa; poi si reca a Parigi dove assiste, come uditore, a lezioni di Filosofia presso La Sorbona. Quando decide di tornare in Italia si ferma alla stazione di Paris Gare Lyon… dove ha occasione di avere un incontro determinante. Proprio lì decide di acquistare la versione francese della poesia Tabacaria, di Álvaro de Campos (eteronimo di Fernando Pessoa). Da quella lettura, di un testo sofferente, onirico e profondo, scatta la scintilla tra Tabucchi e Pessoa.

Lisbona. From Pixabay, edited.

Nel 1965 decide, quindi, di recarsi in Portogallo a bordo della sua Fiat 500. A Lisbona incontra la futura moglie Maria José Le Lancastre. Tabucchi si presenta alla giovane con la curiosa domanda “Aimez-vous la litérature?”

A Lisbona conosce diversi intellettuali perseguitati dal regime dittatoriale di Salazar[1] ; entra anche in contatto con i poeti surrealisti.

Tabucchi si laurea nel 1969 con una tesi sul surrealismo in Portogallo. In seguito, continua gli studi presso la Scuola Normale di Pisa.

Nel 1970 lo scrittore e Maria José si sposano. Dalla loro unione nascono due figli: Michele e Teresa.

Nel 1975 viene pubblicato, dall’editore Bompiani, il primo romanzo Piazza d’Italia.

Per un periodo lo scrittore fa l’insegnante di latino e italiano nella provincia di Pisa.

Nel 1977 fonda, insieme alla moglie e a Luciana Stegnano, la rivista semestrale «Quaderni Portoghesi».

Del 1978 è il secondo romanzo, intitolato Il piccolo naviglio; edito da Mondadori. Nello stesso anno, Tabucchi viene chiamato ad insegnare presso l’Università di Genova, e vi insegnerà per più di dieci anni.

Nel 1981 esce la raccolta di racconti Il gioco del rovescio. Due anni dopo inizia la collaborazione con il quotidiano «La Repubblica».

Tra il 1983 e il 1987 pubblica una serie di racconti e i romanzi Notturno Indiano e Il filo dell’orizzonte.

A partire dal 1987, detiene per due anni la carica di direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a Lisbona. Del 1988 è l’opera teatrale I dialoghi mancati; nello stesso anno prende vita la collaborazione con il quotidiano «Il Corriere della Sera».

Nel 1989 il Presidente della Repubblica Portoghese conferisce a Tabucchi L’Ordine do Infante Dom Henrique; il governo francese, invece, nomina lo scrittore Chevalier des Arts et des Lettres.

Lo studio su Pessoa Un baule pieno di gente. Scritti su Fernando Pessoa viene pubblicato un anno dopo.

Nel 1990 inizia l’impegno di Tabucchi come insegnante presso l’Università di Siena, che durerà fino al 2005.

La particolare raccolta di racconti L’Angelo Nero e il romanzo Requiem escono nel 1991. Requiem è stato concepito e scritto in portoghese ed è tradotto in italiano da Sergio Vecchio, per Feltrinelli editore. La versione italiana viene pubblicata un anno dopo. Grazie al romanzo Tabucchi vince il Premio Pen Club.

Nel 1994 esce Ultimi tre giorni di Fernando Pessoa: un delirio. In questo libro Tabucchi immagina Pessoa sul letto di morte che riceve i fantasmi dei suoi eteronimi; il tutto tra il biografico, l’immaginario, il macabro e l’onirico: in pieno stile Pessoa-Tabucchi. Dello stesso anno è l’importante romanzo Sostiene Pereira, che vince il Premio SuperCampiello. Il libro guadagnerà molti altri riconoscimenti.

Lo scrittore viene chiamato dall’École de Hautes Études di Parigi, dove tiene lezioni su Pessoa in seguito pubblicate.

Tabucchi, è da sottolineare, era uno scrittore “impegnato”: sempre nel 1994 è, infatti, tra i fondatori dell’International Parliament of Writers, sostenendone la missione di proteggere gli scrittori perseguitati per le loro idee.

Nel 1997 esce il romanzo La testa perduta di Damasceno Monteiro.

Tra gli scritti del periodo è da evidenziare il reportage Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze, pubblicato da Feltrinelli. Lo studio fa guadagnare a Tabucchi il premio spagnolo Hidalgo per la cultura gitana.

Nel 2000 il Pen Club[2] italiano propone all’Accademia di Svezia il nome di Tabucchi per il Nobel.

L’anno successivo esce il romanzo epistolare Si sta facendo sempre più tardi, edito da Feltrinelli.

In quel periodo lo scrittore si esprime criticamente sul Governo Berlusconi, in diversi articoli.

Del 2003 è il testo Autobiografie altrui. Poetiche a posteriori. Del 2004 il romanzo Tristano muore.

Antonio Tabucchi viene insignito del Premio Francisco Cerecedo nel 2004: importante riconoscimento dell’Associazione Giornalisti Europei, consegnato dal Principe delle Asturie. Tabucchi guadagna il Premio per la sua esplicita difesa della libertà di espressione.

Lo scrittore riceve, nello stesso periodo, la nazionalità portoghese.

La sua attitudine all’impegno ideologico e civile si traduce, sempre nel 2004, nella sua candidatura nella lista del Blocco di Sinistra alle elezioni per il Parlamento Europeo.

Due anni dopo, nel 2006, Tabucchi pubblica una raccolta di interventi scaturiti dalla sua penna e apparsi su riviste nazionali e internazionali. Oca al passo. Notizie dal buio che stiamo attraversando include testi dai temi più svariati come il terrorismo, il ritorno del razzismo e il revisionismo.

Nel 2007, lo scrittore riceve la Laurea Honoris Causa dall’Università di Liegi.

Del 2009 è la raccolta di racconti Il tempo invecchi in fretta.

Dopo un articolo di Tabucchi, apparso su «L’Unità», il Presidente del Senato Renato Schifani richiede allo scrittore un risarcimento di un milione e trecentomila euro. L’articolo in questione tratta dei fatti legati alla permanenza di Schifani in Sicilia; i suddetti fatti erano già stati raccontati da altri ma Tabucchi resta l’unico oggetto della protesta. Lo scrittore si difende sostenendo il diritto dei cittadini alla conoscenza dei trascorsi di un personaggio pubblico e ancor più di un importante esponente politico. L’editore Guillard lancia l’appello “Sosteniamo Tabucchi”, pubblicato dal quotidiano francese «Le Monde»[3] . L’appello si diffonde rapidamente anche in Italia. La Cassazione assolverà Tabucchi solo nel 2019, riconoscendogli il diritto di critica.

Nel 2012 esce il libro Viaggio e altri viaggi. L’anno successivo viene pubblicato Racconti con figure.

Lo scrittore viene invitato a un Festival brasiliano ma decide di non partecipare a causa del rifiuto del Brasile a estradare il latitante Cesare Battisti[4] .

Nel 2012 lo scrittore muore di cancro a 68 anni, presso l’Hospital da Cruz Vermelha di Lisbona. Le sue ceneri sono conservate nel Cimitero dos Prazeres, nella Cappella degli Escritores Portugueses.

Dopo la morte di Tabucchi hanno risuonato tra i mezzi di comunicazione le parole della direttrice della Fondazione Pessoa, Ines Pedrosa: “Il Portogallo gli deve molto”. La Pedrosa non manca di ricordare il carattere politico della letteratura di Tabucchi… che è stata una preziosa testimonianza abile a superare la breve memoria dei mezzi di comunicazione. L’invito della Direttrice è chiaro e potente:

“Gli scrittori continuano a vivere finché li leggiamo.”


REQUIEM

Ph. Francesca Lucidi. Edizione Feltrinelli, 1998

Il romanzo è breve e multidirezionale. La lettura di questo testo implica un percorso che invita ad andare avanti subendo arresti in pieno disorientamento: si deve a quel punto tornare indietro perché ci sono numerosi rimandi che chiedono la volontà di non affrettarsi alla fine ma di riuscire a cogliere spunti nascosti, che paiono semplici ma che sono assai complessi, richiedenti attenzione e tempo. Si legge qualcosa che sembra essere stato già accennato, ed ecco che ciò che sembrava superfluo deve essere ricercato nelle pagine precedenti, compreso di nuovo, collegato, ancora e ancora, ad altro. Il racconto racchiude piccoli ulteriori racconti che non prendono il via solo dai personaggi incontrati dal protagonista ma anche dalle trattazioni celate, dalle frasi che paiono casuali ma che sono una summa della vita dello scrittore e dell’esistenza del misterioso personaggio che il protagonista deve incontrare.

L’autore e il protagonista, chiamato “io” (così dice Tabucchi nell’introduzione), si sovrappongono in una narrazione che è una riflessione totale e riassuntiva, un’autobiografia infestata dalla biografia di un “altro”, un testamento e un commiato.

Il romanzo è un Requiem: ciò che dice il titolo è affermato con chiarezza nell’introduzione. Il personaggio deve fare la sua orazione nel solo modo possibile: in forma di romanzo. Dopotutto è uno scrittore che produce il testo e il narratore, nella sua sovrapposizione a Tabucchi, è uno scrittore. Il requiem è un’orazione ma anche una messa e una composizione musicale. L’autore parte dalla scelta della lingua, che non si esplica nell’obbligato e solenne uso del latino: l’idioma scelto è il portoghese. Lo scrittore è italiano ma ciò che chiama la lingua portoghese è l’ambientazione, la “natura” del personaggio morto che il protagonista deve incontrare, e le caratteristiche stesse di questa lingua che viene vista da Tabucchi come luogo perfetto di affetto e riflessione.

«Questo Requiem, oltre che una “sonata”, è anche un sogno»

Se partiamo dalla prima definizione, Tabucchi si distacca dalla solennità per indirizzarsi verso il sentimento della familiarità: sceglie la lingua di un paese che lo ha adottato e che lui stesso ha scelto di “adottare”. Lo strumento che sarebbe abile a dar vita a questa melodia non è l’organo di una cattedrale ma è più identificabile in un’armonica o un organetto… sì perché questa sonata viene eseguita sulla strada e serve uno strumento da portare con sé.

In questa storia si parla di morti… dopotutto è un requiem. I morti, però, non sono entità lontane da piangere ma figure reali che parlano, camminano, mangiano e provocano. Morti e vivi sono messi sullo stesso piano e nello stesso mondo, che è un mondo dell’affetto, del sogno e dell’inconscio… con una punta di rimorso.

LA TRAMA appare semplice e tratta di una persona che da una situazione di tranquillità campagnola si trova catapultato a Lisbona perché deve incontrare sul molo una persona importante, un grande poeta.

Vi devo comunicare, se non lo avete ancora sospettato, che il personaggio tanto atteso è Fernando Pessoa.

Il fantasma dà appuntamento al protagonista alle dodici… e il vivo così tanto abituato ai vivi si presenta al molo a mezzogiorno, sotto il sole torrido dell’ultima domenica di luglio. Solo dopo riesce a capire che probabilmente quell’orario indicava la mezzanotte, momento molto più in linea con le apparizioni spettrali.

Da quel momento inizia la giornata dell’”io”, che vagherà tra Lisbona e i suoi dintorni incontrando una lista di personaggi già indicata all’inizio del romanzo: sì, l’autore compila una vera lista di soggetti che include vivi e morti senza distinzione.

Seguire il personaggio, grazie allo stile di Tabucchi, significa provare una nuova sovrapposizione… che questa volta coinvolge i nostri sensi fisici e i nostri sentori mentali. Il calore di quella domenica lo sentiamo addosso nel sudore appiccicoso che attanaglia l’”io” all’inizio della sua PRESUNTA ALLUCINAZIONE.

Molte edizioni riportano il titolo REQUIEM: UN’ALLUCINAZIONE, altre abbreviano. Le due scelte implicano questioni assai importanti… se dopo quei due punti si sceglie di dare una definizione a quell’ultima domenica di luglio. In realtà non è chiaro cosa accada dato che nel testo di parla sì di allucinazione ma anche di sogno, di finzioni… e di storie redatte e immaginate da scrittori.

Nulla nel romanzo è identificabile con certezza. L’unica cosa chiara è che il protagonista deve incontrare il fantasma di un famoso poeta, presumibilmente a mezzanotte. Ciò che accade nel frattempo sembra essere determinato prima dalla casualità e poi dal destino.

Ogni personaggio incontrato diventa il pretesto per riflettere sulla vita, sul presunto declino del mondo nel presente (della storia e del libro), sulla fortuna e i suoi scherzi o manifestazioni; altresì ogni soggetto è uno spaccato della società e delle classi, delle virtù e delle fragilità umane.

L’intera umanità e il protagonista si frammentano in tante personalità.

Un drogato diventa il mezzo per parlare di surrealismo ed Erik Satie; un venditore ambulante di biglietti della lotteria legge articoli filosofici sull’anima e si intrattiene con l’Io che si lamenta di aver preso l’Inconscio (maiuscolo nel testo), visto come una malattia. Il venditore crede che al Sud si abbia l’anima… come se questa sia una fiamma calda e confortante rispetto al freddo e disorientante Inconscio mitteleuropeo. Un venditore della lotteria che parla di queste cose… beh, in Requiem è possibile e anche necessario. È anche vero che questo dissertatore, poi, annuncia di dover tornare al suo ruolo di “semplice zoppo” e scambia il giornale sull’anima con quello sul calcio comprato senza piacere dal protagonista. Ogni personaggio non si sa se sia una marionetta, una maschera dell’autore o un simbolo. In realtà questi presunti vivi sembrano più inconsistenti e sospesi dei morti. Ogni barista, lavoratore o donna incontrati si trova in un luogo di esistenza ristretto, come un fantasma legato a una casa infestata o a un cimitero dimenticato.

Il venditore della lotteria è anche la manifestazione di un ricordo letterario… e quindi lì viene il sospetto che quei simboli non riguardino Tabucchi bensì Pessoa. Il protagonista ricorda che prima di “arrivare” a Lisbona stava leggendo il Libro dell’Inquietudine, in cui il un venditore della lotteria importuna Bernardo Soares (uno degli eteronimi di Pessoa)… a volte si sogna ciò che abbiamo sperimentato appena prima di addormentarci.

Da un inizio pacato e annoiato si passa per dissertazioni che sembrano quelle consuete che si sperimentano quotidianamente a una fermata dell’autobus. Una prima porta apre a Lisbona, una seconda porta in forma di cancello apre a un uscio. Una Zingara (il maiuscolo ha le sue ragioni) sta prima dell’uscio e lo preannuncia attraverso la lettura delle mani del protagonista, dopo aver venduto allo stesso delle magliette taroccate che riproducono una famosa marca in modo creativo. Anche questo romanzo pare un falso ben eseguito e dai colori assai gradevoli.

Il protagonista inizia il percorso nel disagio, e in un malessere fisico talmente evidente da far preoccupare un povero tassista abusivo che stenta a seguire gli indirizzi confusi che il protagonista ha bene a mente. Tutto questo caos trasognato si trasforma via via in momenti di autentico piacere, al tavolo con un morto o con i piatti della cucina portoghese. Sì, la cucina portoghese ha un ruolo di primo piano in questo romanzo, con nomi e descrizioni. Ovviamente mangiando pesante si fanno gli incubi e il sonno si fa pesante a sua volta… dal piacere spunta ogni tanto del disagio, nulla che il letto pulito di un albergo a ore non possa curare. E non bisogna pensare male, il protagonista si reca in certi posti proprio per dormire. L’Io prende delle medicine per calmarsi, che funzionano ma spossano. L’anima di un defunto non manca di fargli notare quanto siano velenose le presunte medicine per l’anima. Anche qui sovrapposizione: anima su anima.

Le digressioni sono quasi più numerose delle apparizioni di vivi e morti. Le conversazioni con persone mediocri e costrette in una vita di doveri e placida ignoranza diventano il pretesto per ridicolizzare la cultura ufficiale, le definizioni, persino i generi letterari. Le classi umili vengono esaltate in una diminuzione apparente, che alla fine non fa che sottolineare una coscienza di classe forse tardiva… come tardiva è la consapevolezza della possessione subita dall’Io da parte di quel fantasma di cui si deve pur far qualcosa.

La tardività è parente del rimorso, anche questo paragonato a una malattia come avviene per l’Inconscio.

Le malattie te le prendi senza volerlo e spesso te le porti dentro tutta la vita… magari anche Pessoa è una malattia, una dalla quale Tabucchi vuole assolutamente guarire per tornare a sentirsi sé stesso.

Come si risolverà l’incontro di mezzanotte?

Prima bisogna prendersi tempo e magliette pulite per attraversare Lisbona e dintorni per tutto il giorno. Tanti incontri non hanno nemmeno un epilogo, eppure sembravano così importanti!

Infarti, suicidi… tutto appare normale in una narrazione anormale. Si fanno domande ma le risposte vengono spesso tralasciate perché ciò che conta pare essere solo il fantasma del prestigioso poeta. E anche questo fatto sembra rappresentare quanto questa messa “da morto” e messa “per un morto” sia necessaria per creare un distacco, per elaborare e accommiatarsi.

 

INDICAZIONI E AVVERTENZE (come riporterebbe il bugiardino di una medicina per l’anima)

Seguite le tracce, ascoltate bene e godetevi ogni singolo incontro.

Il fantasma forse in vita era un mago… e, comunque, un mago dovrebbe restare tale anche dopo la morte; quindi questa magia chi coinvolge e come? Chi ha chiamato lo spettro e per quale via si incammina sulla terra o in un Inconscio/sogno?

Pessoa era un occultista e un membro di diverse associazioni segrete di stampo massonico. Vi sembra strano che si parli di magia? E quella citazione di Erik Satie, fatta a cospetto di un drogato/allucinato, è casuale?

I nomi di Pessoa e Satie sono entrambi collegati all’antico e misterioso ordine dei Rosacroce.

Il protagonista cita spesso la fortuna, i numeri. La magia dei numeri e dello stato astrale di nascita non è un vezzo ma è un richiamo, un rimando.

Requiem è pieno di cose che appaiono ciò che non sono; in realtà sono anche ciò che sembrano ma sono anche un mezzo per altro. Tutto è un portale per un portale. Ogni parola è ciò che è, ciò che è stato e ciò che potrebbere essere o sempre sarà. Il ricordo spinge indietro ma la volontà originaria di Requiem è assolutamente quella di andare avanti.

Ricordate come iniziò l’amore di Tabucchi per Pessoa? Vi inserisco qualche verso della Tabacaria; provate a leggerli dopo aver completato la sonata/sogno:

 

“Oggi sono perplesso, come chi ha pensato e trovato e scordato.

Oggi sono diviso fra la lealtà che devo

alla Tabaccheria dirimpetto, come una cosa reale dal di fuori,

e alla sensazione che tutto è sogno, come cosa reale dal di dentro.”

/-/

“Mi hanno subito riconosciuto per chi non ero, e non l’ho smentito e mi sono perso.

Quando ho voluto togliermi la maschera,

era attaccata al mio viso.

Quando l’ho tolta e mi sono visto allo specchio,

ero già invecchiato.”

 

 Se volete acquistare questo libro basta cliccare QUI: grazie alla mia affiliazione Amazon si aprirà direttamente la pagina del prodotto all’interno dello shop. Se deciderai di acquistarlo tramite il mio link potrò avere l’occasione di ottenere un piccolissimo contributo, da reinvestire in tanti libri su cui discutere insieme.

 







[1] Governo autoritario istituito nel 1932 e destituito da un colpo di stato militare incruento, nel 1974. La rivoluzione che porta alla liberazione del Portogallo è anche chiamata la Rivoluzione dei Garofani.

[2] [2] Antica organizzazione di letterati fondata nel 1921 a Londra. Il nome fa riferimento all’oggetto per scrivere ma le iniziali richiamano anche le categorie incluse: Poets, Essaysts, Novelists. L’Organizzazione ha anche rapporti con le Nazioni Unite. Attualmente sono compresi nell’organigramma anche gli esponenti di tutte le forme di comunicazione scritta, come, ad esempio, i giornalisti.

[3] È interessante l’articolo del quotidiano «La Repubblica», che ironizza anche sul fatto che gli avvocati del protestante chiamino il grande scrittore “giornalista”. L’articolo è disponibile al link http://temi.repubblica.it/micromega-online/sostiene-schifani-condannate-tabucchi/.

[4] L’ex terrorista degli anni di piombo evaso dal carcere di Frosinone nel 1981. Battisti ha trovato per molti anni rifugio in Brasile, anche se ha anche maturato, contestualmente, diversi anni di carcere. Solo nel 2018 il Presidente Michel Temer dà l’ordine di estradizione. Il ricercato fugge ma viene arrestato dall’Interpol in Bolivia. Trasferito in Italia, viene condannato all’ergastolo.

 


venerdì 31 luglio 2020

JEROME KLAPKA JEROME

BRIVIDI E SORRISI (COMPOSTI)
 IN
RACCONTATI DOPO CENA


CENNI BIOGRAFICI[1]


Jerome Klapka Jerome nasce il 2 maggio del 1859 a Wasall, antica cittadina della contea industriale dello Stafforshire. Pare che il nome sia stata una scelta del padre, un predicatore evangelico.

A dieci anni viene ammesso alla Philological School di Lisson Grove. Nel 1873 muore improvvisamente il padre di Jerome. A causa del grave lutto, il giovane Jerome è costretto a lasciare gli studi… ma le disgrazie non finiscono qui: a soli quindici anni resta anche orfano di madre.

Le vicissitudini della vita portano Jerome a fare i lavori più disparati: impiegato delle ferrovie, segretario di un imprenditore edile, tuttofare nello studio di un avvocato. Tenta anche l’insegnamento, che abbandona per dedicarsi al giornalismo e all’attività teatrale.

È proprio il mondo del teatro a prospettare una soluzione alla solitudine e all’indigenza di Jerome.

L’autore scrive numerosi articoli e racconti umoristici ispirati all’ambiente teatrale, i quali saranno poi riuniti nel 1885 nel volume intitolato On the Stage and Off: The Brief Career of a Would-be Actor. La sua commedia Barbara viene rappresentata, nello stesso periodo, nel famoso Globe Theatre di Londra.  Seguono le pubblicazioni di The Idle Thoughts of an Idle Fellow, e il lavoro più noto dell’autore Three Men in a Boat. To Say Nothing to Dog (Tre uomini in barca. Per tacer del cane). Il seguito di Tre uomini in barca verrà pubblicato nel 1900 con il titolo Three Men on the Bummel (Tre uomini a zonzo): questa volta, i protagonisti della spedizione fluviale umoristica si recano in Germania. L’autore trae ispirazione proprio da un suo viaggio nel paese scelto per la nuova ambientazione.

Tra il 1892 e il 1897, Jerome collabora con la rivista «The Idler» e fonda il settimanale «To-Day».

Del 1902 è il romanzo Paul Kelver.

Jerome, nel 1908, mette in scena al St. Jame’s Theatre di Londra la commedia in tre atti The Passing of the Third Floor Back, che ottiene un buon successo. In seguito, pubblica il divertente romanzo They and I, che racconta uno spaccato della vita di campagna; in tale contesto viene mostrato, alla maniera di Jerome, il rapporto tra un padre e i suoi figli.

Purtroppo, la vena umoristica dell’autore si esaurisce e viene profondamente colpita dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Jerome prova a partecipare come volontario ma per colpa della sua età non viene arruolato; non rinunciando alla sua idea si unisce alla Croce Rossa, in Francia.

Nel 1919, dopo la Guerra, pubblica l’oscuro All Road Lead To Calvary (Tutte le strade portano al Calvario). L’opera mostra quanto Jerome esca amareggiato dall’esperienza bellica; infatti, il contenuto tratta della corruzione degli ideali e dell'animo umano.

Un anno prima della morte, nel 1926, esce l’autobiografia My Life and Times.

La vita di Jerome viene interrotta da un ictus il 14 giugno del 1927.

L’autore, però, ha trattato nei suoi scritti anche temi molto in voga nell’Inghilterra dell’Ottocento… l’orrore e gli spettri sono ciò di cui andiamo a parlare in questa infestazione fugace che subiamo con piacere dallo spirito letterario di Jerome.

 

TERRORI E FANTASMI 

JEROME E IL GUSTO DI UN’INGHILTERRA INNAMORATA DEL “BRIVIDO”

Già a metà dell’Ottocento la moda dello spiritismo si era diffusa negli ambienti alto-borghesi attraversando i cieli, dagli Stati Uniti all’Europa[2]. Questa tendenza non poteva non influenzare anche la letteratura… quando quest’ultima era ancora ad appannaggio delle classi più abbienti. In Inghilterra la letteratura d’intrattenimento mirata al divertimento dei lettori aveva una certa fama e un pubblico molto nutrito: i temi non erano impegnati e la paura era il sentimento prediletto, emozione che andava ricercata attraverso storielle sensazionali corredate di illustrazioni accattivanti. Questo gusto e questo tipo di letture ebbero una spinta maggiore a partire dal Forster’s Act del 1870, che pose la base per l’istruzione di tutti i bambini dai cinque agli undici anni… il pubblico non dotto si estese e i prodotti destinati anche.

Jerome non manca di criticare questa letteratura di consumo: basta leggere il suo racconto Una storia commovente[3], che riflette sulla funzione auspicabile quando si parla di arte. Jerome ci racconta come uno scrittore possa vendere facilmente l’anima per ottenere il successo… e ci propone, di contro, un’idea di letteratura come “compito divino, che viene dato a pochi, il compito di aiutare i figli di Dio al mondo per renderli più forti, nobili e sinceri”. Potremmo pensare, a questo punto, che l’autore non cede alla tentazione di scrivere di fantasmi… beh, non è così.

Nel 1891 pubblica la raccolta natalizia Told after supper (Raccontati dopo cena), per la Leadenhall Press.

Questo racconto di racconti parte da un “normale” dopocena inglese, ambientato durante la Vigilia di Natale, in cui gli astanti si raccontano storie di fantasmi tra sigari e tanto alcool. I temi così tanto famosi all’epoca vengono ripresi alla maniera di Jerome: l’umorismo sostituisce i particolari brutali, la violenza e le storie lacrimevoli… e il tutto diventa un’assurda didattica che intrattiene e al contempo riesce comunque a regalare qualche brivido, ovviamente se riusciamo a uscire dalla fame contemporanea per il sensazionalismo molto più acuta di quella ottocentesca.

Da questo racconto riusciamo a conoscere la particolare società inglese ridendo; possiamo anche commuoverci ma ciò che resta è un senso di straniamento che ci lascia nel dubbio sulla veridicità dei fantasmi… come se delle prove possano essere così importanti quando si parla di queste cose. La lezione di vita è dietro l’angolo, e possiamo goderne sorridendo tra uno spettro petulante e una famiglia inglese che ha lo scopo primario del buon nome e del decoro. Ovviamente ne parleremo più diffusamente tra un po'…

Jerome pubblica, poi, una vera raccolta di racconti del terrore intitolata Novel notes, nel 1893. Tra questi ho letto Lo scheletro, inutile dire che ve lo consiglio. Il tema viene ripreso, parzialmente, in John Ingerfield, datato 1894.

Enrico De Luca ci fa sapere che Jerome conosce Charles Dickens[4] nel 1870: questo incontro credo abbia avuto un impatto decisivo. Guardiamo a ciò che scrive Dickens nel 1850:

«Non scompariranno mai le vecchie case con le gallerie risonanti di echi, le tristi camere da letto di rappresentanza, le ali infestate dai fantasmi, chiuse da tanti anni, nelle quali eravamo liberi di scorrazzare, con piacevoli brividi lungo la schiena, e di incontrare tutti gli spettri[5] che volevamo; i quali, però (forse è il caso di precisarlo) si riducevano a pochissimi tipi o classi fondamentali: poiché i fantasmi mancano di originalità e “passeggiano” per sentieri battuti.»

Queste parole sono il perfetto entrée per prepararsi a Raccontati Dopo Cena; ed ora è giunto il momento che vi avevo promesso qualche riga fa.

 

RACCONTATI DOPO CENA di Jerome K. Jerome
ATTRAVERSO L’EDIZIONE CURATA DA ENRICO DE LUCA PER CARAVAGGIO EDITORE

 

Ph. Francesca Lucidi. Immagine dell'edizione presa in esame: Caravaggio Editore 2019

L’EDIZIONE 

RACCONTATI DOPO CENA è stato pubblicato nel 2019 dalla Caravaggio Editore, nella Collana I CLASSICI RITROVATI diretta da Enrico De Luca.

Il volume è piccolo e leggerissimo. La copertina flessibile e setosa lo rendono piacevole da maneggiare. Non c’è una sovraccoperta ma sono presenti delle alette interne con inserite le specifiche sulla storia, l’autore e il curatore dell’edizione.

La carta è scura, ruvida in modo delicato. Già dal frontespizio ci rendiamo conto di cosa ci aspetterà a livello grafico. 

Ph. Francesca Lucidi. Immagine dell'edizione presa in esame: Caravaggio Editore 2019

L’edizione presenta le illustrazioni originali di Kenneth M. Skeaping: scelta assai azzeccata e godibile in ogni angolo di questo libricino, che sembra il perfetto corpo per quella letteratura d’intrattenimento per cui tanto si sdilinquiva l’Inghilterra dell’Ottocento.

L’introduzione di Ernico De Luca riporta rapide informazioni riguardo all’opera e cenni biografici su Jerome, inseriti in nota. Per la biografia avrei preferito un paragrafo a parte… ma forse questa scelta sarebbe stata più pesante rispetto all’agile movimento di questa edizione adatta per essere portata con sé con l’intento di sollazzarsi in mondi improbabili, in un mondo contemporaneo tra il troppo prevedile e lo scioccante.

Le illustrazioni sono molteplici e multiformi: ne troviamo della tipologia “a pagina singola”; godiamo, poi, dell’eleganza dei capilettera finemente decorati, presenti all’inizio di ogni capitolo; siamo avvinti dai vezzosi spot che spuntano da ogni parte della storia. Gli spot possono essere sia diegetici sia puramente evocativi di un sentimento, di un gusto e magari di un simbolo. Ogni illustrazione è in bianco e nero e questa scelta non sa di povertà ma di raffinatezza. Molto particolari sono i disegni che precedono l’inizio di ogni capitolo: sulla pagina di destra troviamo un’illustrazione ampia e scura che riporta il titolo della sezione (ovviamente in inglese), insieme a cornici, oggetti e figure inquietanti e allo stesso tempo buffe, scherzose; nella pagina di sinistra, spesso, scoviamo un piccolo spot centrale che sbeffeggia ma inquieta grazie ai significati sospesi e ai personaggi dai tratti spettrali, brutti… è anche vero che spesso ci vediamo circondati da cherubini e separatori dal sapore classico, e così tiriamo un sospiro di sollievo. In realtà, le presenti illustrazioni guidano e confondono, dicono e smentiscono: questo è quello che dobbiamo aspettarci di trovare in tutto questo libro.


LA STORIA (CON LE SUE STORIE)

La narrazione parte dall’interno, il narratore fa parte della storia ed è il protagonista; è anche vero che questo ruolo primario viene conteso da altri soggetti, dato che il racconto del narratore contiene altri racconti con altri interpreti.

Tutto si svolge durante il dopo cena di una Vigilia di Natale svoltasi a casa degli zii del narratore.

La scelta di quella notte non è da imputare all’autore o ai personaggi “vivi”, coloro che decidono il come è il quando sono i morti, i fantasmi.

Sì, questa è una storia di spettri e apparizioni… e il narratore introduce la faccenda con una disanima sulle regole vigenti Ghostland, la terra dei fantasmi. Queste entità sono abitudinarie e molto “a modo” quando si tratta di comportarsi come spettri rispettabili che fanno ciò che ci si aspetta.

Ph. Francesca Lucidi. Immagine dell'edizione presa in esame: Caravaggio Editore 2019

La società Inglese è uno degli oggetti dell’umorismo che pervade il libro: la "genetica" determina il gusto perverso nel raccontarsi storie tutte uguali dopo cene annebbianti, grazie a fiumi di alcool; nonostante queste consuetudini risultino monotone a chi vi partecipi… ma nessuno può farci niente perché se si riunisce un nugolo di inglesi scatta sempre il racconto da brivido. Anche i fantasmi chiamati in causa sono, lo ripetiamo, inglesi: si preparano per la grande parata della Viglia di Natale con attenzione ai dettagli del “vestiario” e degli “accessori”… e anche loro si quasi annoiano del loro compito, si sbronzano, e maledicono quella notte. Tutti, però, cedono a questa endemica tendenza e tornano a fare le stesse cose con la precisione, l’umorismo nero, il gusto per le disgrazie tipico di un inglese.

A questo punto non posso non rimandarvi alle parole di Charles Dickens che vi ho citato nei paragrafi precedenti.

La società inglese è ben stratificata e anche i fantasmi hanno le loro “classi”. I nobili spettri scelgono una sola notte per apparire in tutto il loro splendore, quelli più borghesi possono farsi vedere in momenti meno onorevoli come la Vigilia di Ognissanti o la ricorrenza di San Giovanni. È anche vero che dove c’è una disgrazia appare un fantasma inglese, con il sadico piacere di predire sfortune. I motivi per cui ci si può imbattere in uno spettro sono molteplici: questo lo detta l’inglesità, il ceto, e le giuste lamentele che un fantasma può avanzare. Sicuramente tutto ciò è un velato invito a esami di coscienza per i vivi, lo avvertiamo ma non ce ne rendiamo conto.

Questa storia è sì una vicenda di fantasmi ma il tutto è mitigato dall’umorismo dell’autore che si distacca dal piacere truculento della letteratura d’intrattenimento di moda in quel periodo. Jerome accarezza il tema senza forzare troppo la mano. Il mondo tremendamente ordinario si scontra con lo straordinario, attraverso lo sguardo pacato e dissacrante di un inglese beneducato. Il narratore di primo grado tiene ferma una prima persona singola, che ci domandiamo se sia in realtà una prima persona inattendibile; però, la presa non tiene e la storia esplode nei multipli punti di vista degli invitati alla cena che raccontano, ognuno, una storia di fantasmi che li vede coinvolti in prima persona.

I personaggi della cornice esterna sono il narratore, che si presume essere giovane, lo zio (la zia non interviene nei fatti ma solo nella preparazione dei piatti di una rispettabile cena della Vigilia, inglese), il curato del posto, il vecchio dottor Scrubbles, il signor Coombes e Teddy Biffles. In realtà non tutti loro vedranno la propria storia riportata dalla principale prima persona “quasi” attendibile: una narrazione ellittica sorpassa due di loro tra tovaglie lanciate, intermezzi e interludi.

Tutte le storie sono presentate come vere… anche se tutti sembrano scettici.

Lo scetticismo è una delle qualità dell’inglese medio di ceto alto. La fase del dopocena che precede le storie di fantasmi vede il curato che mostra ai suoi amici il gioco delle tre carte e i suoi malefici intenti ed effetti. Le carte si spostano velocemente e l’illusione crea l’inganno; il curato non azzeccherà l’intento… ma forse questa digressione ha una certa importanza. Sono proprio le digressioni a caratterizzare lo stile peculiare di Jerome: qualcosa scompare per poi riapparire in qualità di assenza. E in questo caso dobbiamo stare bene attenti a non finir per strada solo con le braghe… e questo lo capirete entrando, e completando questo dopocena.

I fantasmi di cui si parla sembrano non far paura perché sono malinconici, smemorati, quasi sciocchi. Qualcosa però ci fa salire un brivido…

La consuetudine normalizza qualcosa che dovrebbe essere raccontato con termini forti ed esclamazioni accese. No, tutto sembra perfettamente normale. Probabilmente è proprio questa sorta di quotidianità a farci avvertire il mondo del soprannaturale incredibilmente vicino, possibile.

Per scoprire tutto sulle abitudini dei fantasmi e per cercare di capire se un mulino possa contenere o meno una grande fortuna nascosta… dovete solo aprire le pagine e sedervi magari con qualche amico che abbia voglia di intrattenersi con voi, possibilmente a pancia piena. La colonna sonora è data dalle catene ben lucidate per l’occasione e dal silenzio: qualcuno non ama la musica, gli estranei e gli scocciatori… pena la MORTE!

E adesso scompaio per poi riapparire al prossimo contenuto.

Buona Lettura!

Se volete acquistare questo libro basta cliccare QUI: grazie alla mia affiliazione Amazon si aprirà direttamente la pagina del prodotto all’interno dello shop. Se deciderai di acquistarlo tramite il mio link potrò avere l’occasione di ottenere un piccolissimo contributo, da reinvestire in tanti libri su cui discutere insieme.

 

Bibliografia e sitografia delle fonti (esclusa l’edizione presa in esame):

Jerome K. Jerome, Storie di fantasmi per il dopocena, Milano, La Spiga, 2007;

Massimo Scotti, Storia degli spettri, Milano, Feltrinelli, 2013;

Mario Praz in Enciclopedia Italiana, dal sito della Treccani http://www.treccani.it/enciclopedia/jerome-klapka-jerome_%28Enciclopedia-Italiana%29/#:~:text=JEROME%2C%20Jerome%20Klapka,Northampton%20il%2014%20giugno%201927.&text=Entrato%20cos%C3%AC%20trionfalmerite%20nella%20carriera,Idler%20(1892%2D97).;

https://www.liberliber.it/online/autori/autori-j/jerome-k-jerome/.

 

 

 

 



[1] Per le fonti sulla biografia dell’autore si rimanda alla bibliografia a fine contenuto.

[2] Per saperne di più si consiglia il contenuto del Penny Blood Blog sulle famigerate Sorelle Fox. Trovate l’etichetta nella parte destra del blog.

[3] Nonostante i miei numerosi sforzi non sono riuscita a reperire il luogo e la data di pubblicazione.

[4] Voglio ben pensare che abbiate letto o conosciate Un Canto di Natale, il celebre racconto dell’autore che ci racconta di fantasmi, peccati e redenzione. Teniamo ben presente la scelta della notte della Viglia di Natale.

[5] Per comprendere la differenza tra spettro e fantasma vi rimando sempre al contenuto sulle Sorelle Fox presente qui sul blog.


martedì 28 luglio 2020

SUSANNA TAMARO: LIBRI "CATTIVISSIMI" PER RECUPERARE IL DIRITTO A SOGNARE

IL ROMANZO PER RAGAZZI IL CERCHIO MAGICO

Ph. Francesca Lucidi. In foto la recente edizione GIUNTI JUNIOR illustrata da Adriano Gon; affiancata dalla prima edizione di Mondadori del 1995, illustrata da Tony Ross.

CENNI BIOGRAFICI

Susanna Tamaro nasce il 12 dicembre del 1957 a Trieste. La famiglia appartiene all’ambiente borghese. Lontana parente di Italo Svevo, Susanna ha due fratelli: Stefano, il maggiore, e Lorenzo, il minore.

Dopo il diploma magistrale, grazie a una borsa di studio, inizia la sua formazione presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma; si diploma in regia e inizia a collaborare saltuariamente con la RAI. Susanna ha difficoltà a trovare una collocazione stabile perché il suo titolo di studio non è riconosciuto come laurea. Il suo carattere poliedrico e particolare si nutre di stimoli di ogni genere… tra i quali vi è anche il Karate.

Esordisce nel mondo della letteratura nel 1989, grazie a un’iniziativa dell’editore Marsilio, rivolta agli emergenti. Il suo romanzo d’esordio La Testa fra le nuvole (titolo iniziale La Dormeuse electronique) viene rifiutato ventotto volte prima di essere letto direttamente dal direttore della Marsilio. Il libro viene pubblicato e l’editoria si accorge di questa autrice totalmente nuova, strana, coraggiosa… irriverente e malinconica. La Testa fra le nuvole vince il Premio Elsa Morante. Il protagonista della storia, Ruben, viene costretto a vivere mille rocambolesche avventure e a cambiare identità; l’autrice dichiara di avere molte analogie con quel personaggio: lei che sbaglia sempre l’entrata dal bagno e si rivolge alla cameriera dell’albergo pensando sia la proprietaria. Susanna è una scrittrice sbagliata e diversa, e proprio per questo è assolutamente giusta e pertinente, e abile ad attirare il lettore che si riconosce nelle vicende assurde e nefaste raccontate alla scrittrice: dopotutto sono davvero simili alla vita, soprattutto a quella che corre e muta di continuo all’affacciarsi degli anni Novanta.

Due anni dopo viene pubblicata la raccolta di racconti Per voce sola. Il nuovo lavoro della scrittrice è un nido di storie dure e crudeli: bambini abbandonati fisicamente ed emotivamente, infanzia violata e mancati riscatti di donne… di anziani. Il tragico dramma degli ebrei, ladri di bambini e genitori violenti: pagine che racchiudono solitudini marce, e tumori che crescono da dolori mai affrontati, da esperienze mai compiute, come accade per una delle protagoniste.

Per voce sola attira l’attenzione di un fan molto speciale: Federico Fellini. Il famoso regista si imbatte nel libro della Tamaro quasi per caso, in libreria, in un piccolo spazio a parte… quasi fosse un volume negletto.

Fellini non riesce a staccare gli occhi da quelle pagine piene di dolore e decide che vuole assolutamente conoscerne la creatrice. La scrittrice resta colpita da questo importante ammiratore, ma non si fa certo intimorire. Susanna si reca all’incontro in bicicletta, tanto che Fellini la apostrofa “Lucignolo in bicicletta”. Lei è una donna schiva, libera e poco incline alla mondanità; racconta del fastidio che ha provato verso l’insistenza dello scrittore nel volerle mandare una macchina, descrive il regista come narcisista e lei come solitaria e, quindi, poco attratta da quelle circostanze. La Tamaro ha goduto dell’onore, ma a suo modo[1].

L’autrice sceglie di scrivere ancora di bambini ma in un modo totalmente diverso (o forse simile): tra il 1992 e il 1994 pubblica con Mondadori Cuore di Ciccia, Papirofobia e Il Cerchio Magico. Le tre storie parlano di bambini soli e disconosciuti da una società opprimente e ossessionata dall’ordine e dalla forma. Chi inneggia all’aspetto fisico, chi vuole obbligare il proprio figlio a leggere… e chi desidera un mondo “pulito” senza fiori, alberi e animali. La sterilità del presuntuoso e cieco universo degli adulti si scontra con bambini fragili, umani e allo stesso tempo assurdi. Queste storie sono confortanti solo alla fine: durante la narrazione esce fuori il peggio dell’umanità con la sua violenza verbale e gli abusi perpetrati contro la bellezza autentica del mondo, e quindi anche contro i bambini. In Cuore di Ciccia un bimbo che vive ignorato dai propri genitori trova conforto nel frigorifero, fino a chiamarlo per nome e a proiettare su di esso un sentimento confuso. La madre del protagonista si accorge del figlio solo quando è il caso di rimembrargli quanto sia schifoso il suo corpo grasso. In Papirofobia due genitori vogliono costringere, a tutti i costi, il loro figlio a leggere. Il protagonista ha altre necessità e viene solo additato e persino considerato “malato”; in realtà nessuno aveva centrato il vero problema del bambino: ancora la stoltezza dei grandi che si credono perfetti e proiettano un perfezionismo malato verso dei piccoli uomini visti solo come cuccioli da educare. Proprio di un cucciolo parla Il Cerchio Magico: Rick ha una mamma adottiva che ama tantissimo, un cane lupo. Guendy, che è metà cane e metà lupo, ha salvato il bimbo da un cassonetto e lo alleva con l’amore incondizionato e la saggezza che solo un animale può avere, in un mondo dove le persone stanno iniziando a odiare ogni gatto, ogni uccello canterino e ogni filo d’erba. Rick e Guendy vivono in un posto molto speciale… che sarà, però, l’oggetto dell’odio della città ormai preda di una malattia della mente e soprattutto del cuore. L’amore contrasta l’odio attraverso mille peripezie: morte, prigionia, lavaggio del cervello. La Tamaro racconta storie per bambini parlando a tutti; narra della vita esasperandone i lati negativi, non esagerandoli ma dipingendoli di assurdo… ma solo per mostrare la vera immagine di un mondo ossessionato dagli schermi televisivi e la pubblicità, dalla perfezione e dall’automatismo confortante di chi smette di pensare e amare. Anche leggere diventa un obbligo, e dire questo a una “Lucignolo”, con il dono della parola e della narrazione, può solo avere effetti prorompenti.

Nel 1994 la scrittrice affida alla Baldini Castoldi il suo nuovo romanzo Va’ dove ti porta il cuore, e il libro ottiene un successo e una risonanza enormi. La storia, attraverso diverse forme di narrazione che vanno dal diaristico, all’epistolare, al “testamento” parla della fine di una vita rivista a ritroso dalla sua protagonista. Un’anziana si avvia verso la morte e sente la necessità di raccontare alla nipote, tramite una lettera, molti rimpianti e soprattutto molte verità non facili da sgranare su una collana fatta di morti, sentimenti mancati, costrizioni e parole non dette. Il titolo del libro è l’eredità che l’anziana lascia alla nipote, l’invito più importante e difficile da seguire in una vita. L’attenzione guadagnata dalla Tamaro non si risolve solo in esperienze positive: innanzitutto si accende una feroce lotta tra la Baldini Castoldi e la Marsilio che si esprime in accuse non troppo velate verso l’autrice, da parte del direttore della Marsilio… così dice la Baldini Castoldi; il tutto alza un polverone che finisce per colpire l’innocente Susanna che si vede accusata di messe in scena organizzate a tavolino per attrarre l’opinione pubblica. I critici non sono tutti gentili ed entusiasti e molti si esprimono in maniere poco lusinghiere fino a definire la scrittura della Tamaro prevedibile e buonista. La nostra “Lucignolo” non manca di rispondere nella sua maniera tagliente e pacata: 

“Io avrei un grande talento linguistico, ma in questo momento non mi interessa, voglio la semplicità.”

Il modo non lusinghiero in cui l’autrice tratta la rivoluzione sessantottina nella trama la fa etichettare come “berlusconiana”, quando lei dice di aver solo mostrato uno dei lati di quella realtà, che non si è risolta totalmente in progetti portati a termine e in slanci totalmente positivi. Alle accuse, che si protrarranno per anni, piene di parole usate con accezione negativa come “gay”, “sentimentalismo”… la Tamaro risponde sempre con il suo piglio sincero. L’atteggiamento della scrittrice ha molto a che fare con una sindrome neurologica manifestatasi da tempo, e di cui parleremo. Il lavoro successivo, intitolato Anima Mundi, viene criticato per il titolo troppo ambizioso; la sua collaborazione con Famiglia Cristiana la fa chiamare “Cattolica”. Diciamo che tutti, ad un certo punto, si sono sentiti in diritto di etichettare una persona che rifiuta ogni sorta di collocazione umana e letteraria. Susanna è uno spirito libero, incastrato in una mente brillante e sofferente. Il clamore mediatico e una bronchite cronica la spingono a trasferirsi in una residenza più ritirata a Orvieto. Lì vive con i suoi cani e la compagna che la affianca dal 1988, Roberta Mazzoni[2]. Anche questo rapporto è un altro degli appigli da cui indicare e giudicare la scrittrice, che non si dichiarerà apertamente omosessuale ma rivendica la libertà della sua scelta: vivere con una persona che è amica e confidente e il che non significa rientrare in un orientamento sessuale definibile. Per i ben pensati la Tamaro è un’omosessuale, per la comunità LGBT è un’ipocrita che non vuole rivelarsi al mondo.

Riguardo alle accuse di “sentimentalismo” Susanna scherza, molto seriamente, definendo i suoi libri “CATTIVISSIMI”, e dice che chi la accusa dovrebbe innanzitutto leggerli quei libri. Beh, questo è vero: le sue storie non sono buone e sono pervase da tutte le crudeltà che un uomo possa infliggere; la Tamaro ci racconta il mondo come lo stiamo "costruendo" e non lo fa usando mezzi termini. Lei è chiara, dura e veritiera. La Tamaro non ha mai avuto paura di dire la sua… solo che non lo fa con i modi imposti dalla società che vuole per forza etichettare qualunque cosa.

In lei si alternano profonda oscurità e bontà silenziosa e educata. Nelle sue narrazioni si parla spesso di morte, ed è lei stessa a evidenziare questo aspetto quando viene chiamata a parlare di sé in interviste, negli anni sempre meno frequenti. Lei ha un modo di fare le cose DIVERSO. Nel 2000 crea un’associazione: la Fondazione Tamaro, che si occupa dei più deboli, specialmente donne e bambini. Il lavoro della fondazione è sostenuto dai diritti dei libri dell’autrice e da donazioni esterne. Negli anni, Susanna Tamaro pubblica diversi lavori, ma la sua vita pubblica si riduce sempre di più. Tutti hanno cercato di prendere possesso della sua figura e delle sue posizioni, riguardo a svariate questioni. Lei non ama la “proprietà”. Anche la maternità viene trattata nelle sue storie in modo anticonvenzionale e assolutamente moderno. I genitori si comportano spesso da padroni e trattano la propria prole come oggetti, come beni; di contro, ci sono diversi personaggi che fanno i genitori in maniera magnifica, pur non essendolo biologicamente. La Tamaro non ha mai avuto figli ma racconta di come abbia quasi cresciuto i bambini di una famiglia peruviana che ha vissuto a lungo con lei. Il PEL DI CAROTA tanto ammirato da Fellini è un’entità sopra ogni classificazione che dice quello che pensa in modo brusco e fantasioso, come farebbe un bambino. Lei conosce profondamente l’amicizia e la fedeltà, l’altruismo e il coraggio.

Il suo coraggio viene evidenziato ancora di più alla fine del 2019 quando annuncia il suo ritiro dalla vita pubblica a causa anche dell’inasprirsi della sua malattia, che le impedisce di viaggiare e star troppo in mezzo alla gente: tra il mondo fuori dalla casa di Orvieto e la scrittura lei sceglie quest’ultima. Per continuare ad avere la lucidità e le energie per raccontare deve staccarsi dalla confusione e dalla velocità del “fuori”; noi che siamo lì fuori riusciamo forse ad orientarci meglio anche grazie ai suoi libri CATTIVISSIMI, ma così veri e pieni di sentimenti crudi, e lotte interiori vinte a suon di riflessioni e confessioni.

 

 LA SINDROME DI ASPERGER

La sindrome neurologica che affligge Susanna Tamaro è racchiusa tra i disturbi dello spettro autistico. Prende il nome dal medico austriaco Hans Asperger, e solo nel 1994 è stata inserita nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders. Chi è affetto dalla Sindrome di Asperger non sperimenta ritardi nel linguaggio e nelle capacità cognitive ma, oltre a mostrare segni clinici, vive la compromissione dell’esperienza delle interazioni sociali. Spesso chi è affetto da questa sindrome compie movimenti ripetuti, ha difficoltà a comprendere il “tono” delle parole altrui e, nonostante abbia un vocabolario ampio e forbito, spesso manifesta una certa pedanteria nel parlare. Questa condizione porta fissazioni particolari e straordinarie capacità, ad esempio mnemoniche. Apparentemente queste persone possono apparire fredde e permalose… ma in realtà non riescono a comprendere molti segnali comunicativi e prendono le parole sempre in modo letterale. Ogni paziente, però, è un caso a sé. Spesso si sperimentano delle difficoltà negli sport di gruppo per la difficoltà nell’approcciarsi a un gran numero di stimoli esterni che diventano una grande confusione. Susanna Tamaro con gli anni sente sempre di più il peso della sua condizione e viaggiare o frequentare troppi posti, e tante persone, è un sovraccarico assai pesante. Queste persone fanno una grande fatica a rapportarsi con l’esterno, nonostante siano spesso i portatori di un ricco mondo interiore e di una brillante genialità. Pensate cosa hanno comportato tutte quelle accuse per una persona che dice sempre la verità e sente tutto ciò che gli viene detto come vero. La scrittrice, negli anni, ha anche ricevuto diverse minacce di morte. Io mi stupisco di chi dice che non leggerebbe mai i libri della Tamaro a un bambino: beh, la vita è dura e credo che dire la verità sia una buona cosa se può essere accompagnato da amore, lotta per qualcosa che riteniamo giusto, e qualche cioccolata calda sorseggiata a tarda notte parlando delle proprie paure (e mi riferisco a molti punti de IL CERCHIO MAGICO). I bambini vivono spesso in un mondo peggiore del nostro: si sentono dire offese indicibili e spesso tacciono appunto perché i grandi vogliono vivere nella convinzione che sia tutto confetti e fiorellini. Io lessi i libri per ragazzi della Tamaro quando avevo undici anni: beh, mi hanno fatto alzare la testa contro il bullismo di chi vessa gli animi puri, liberi e diversi. Io parlavo con il mio gatto per colpa della Tamaro, e per merito suo io ancora riesco a udire le voci della natura e il coraggio che può sopravvivere in un cuore spezzato.

Non sono certa di non avere anche io la Sindrome di Asperger…


IL CERCHIO MAGICO

Ph.Francesca Lucidi. Edizione Giunti Junior 2010

SBIRCIAMO NELLA STORIA, MA NON TROPPO

Questa storia è il prodotto della società in cui nacque. Verso la metà degli anni Novanta i canali televisivi si moltiplicarono, con annesse pubblicità inneggianti al consumismo sfrenato; i personal computer iniziarono a entrare nelle case degli italiani e i giganteschi centri commerciali si affacciarono anche fuori dalle grandi città.

Il narratore si divide tra le stupide credenze della gente e la demolizione di quelle convinzioni che diventano il pretesto per una caccia alle streghe assai particolare. La storia è arricchita dai pensieri del protagonista e dai numerosi discorsi diretti legati che ci presentano dialoghi che vanno a mostrare ciò che accade, accadde e ciò che borbotta nell’animo dei personaggi. Il tutto inizia con un flashback che si dirige disperato verso i ricordi felici del protagonista: Rick.

Rick è un bambino, anzi è un lupo… anche se in realtà la mamma non era un lupo intero. Il piccolo è stato “salvato” da un cane lupo femmina di nome Guendy. Il rapporto tra i due è quello amorevole di una madre e il suo cucciolo: un “cucciolo nudo”, così la scimmia Ursula chiama Rick. La tana è il luogo dove questa famiglia, formata da una madre single adottiva e ibrida e un bambino che non si riconosce nella sua pelle, si manifesta attraverso i racconti della buona notte che ci permettono di conoscere la storia del piccolo e del bellissimo e fiero animale dal pelo argentato. 

Ph.Francesca Lucidi. Edizione Giunti Junior 2010

Ma cos’è il CERCHIO MAGICO? Questa espressione indica un oggetto reale e un luogo figurato. Quel cerchio si riesce a vedere realmente, a ogni notte di luna piena… anche se una volta si poteva vedere sospeso nel cielo ogni notte, e questo non è un buon segno. Il Cerchio Magico si crea dove cade una stella, e una stella cade dove viene formulato un desiderio. Quell’anello dorato è ciò che permette a un bosco di animali felici di vivere protetto. All’interno del parco cittadino vi è infatti un agglomerato misterioso di vegetazione e animali che inizia a spaventare gli abitanti umani. Nel Cerchio Magico non vi è nulla di spaventoso, anche se molti dicono che un giardiniere vi sparì inspiegabilmente. In quel bosco vivono tantissimi animali che parlano tra loro e raccontano storie; come Ursula, una scimmia astronauta che è riuscita a sfuggire all’uomo grazie alla sua “buona stella”… e, ragazzi, le stelle vibrano e Ursula ha avvertito la loro voce direttamente nello spazio.

Rick ama ascoltare le storie della sapiente scimmia anziana, e le fa moltissime domande; una sera, però, Ursula si lascia sfuggire la sua preoccupazione riguardo a una fine che pare palesarsi giorno dopo giorno. Rick non è mai stato triste, o almeno ha pianto solo quando si è fatto male cacciando qualche cavalletta… adesso però piange come un uomo e sente la tristezza. Guendy, come ogni brava mamma, riesce a consolare il suo cucciolo spiegandogli che il Cerchio Magico non è solo nel bosco ma nel cuore delle persone, e le persone che si vogliono bene sono legate da questo cerchio dorato che nulla può spezzare.

Purtroppo, il cuore del piccolo Rick viene spezzato in mille pezzi, la sua natura viene umiliata e il bosco subirà l’ira degli uomini che dichiarano apertamente guerra alla natura. Le persone sono sempre più inorridite dallo sporco che portano uccelli, cani, gatti (e bambini): la città decide di demolire il parco e il bosco. La superstizione è la giustificazione, un uomo ambizioso ne diventa il braccio armato che guida un popolo di teste vuote. Triponzo è il portavoce delle preoccupazioni dei cittadini; lui ha vocione in capitolo perché ha due doppimenti e tre pance. Ma, a monte, il vero dittatore del rinnovamento è un essere ancora più crudele, e piuttosto disgustoso. Un piano malvagio viene messo su mentre Rick è imprigionato nella villa del suo “PAPÀ” adottivo. Beh, i motti sono facili e gli intenti chiari:

“Bruciamo gli alberi, bruciamo l’erba,

bruciamo i fiori e i loro orridi odori!

Per il sonno dei nostri bambini

degli uccellini facciamo spiedini!”

Essì, i bambini… la loro educazione è cosa primaria: le loro menti sono così simili a quelle degli animali che sedare i loro slanci vitali e i loro ragionamenti liberi è un bel problema. A proposito… se vedete un bambino con gli occhi quadrati potete liberarlo in un solo modo, ma forse non posso ancora dirlo; lo suggerisco e dico “CLICK!”

L’allergia ai fiori è davvero un crudele affronto da parte della natura e la cattiveria va ripagata con la cattiveria. C’è addirittura una donna pericolosissima, di nome Amalia Cipolloni, che annaffia piantine colorate e puzzolenti e nutre gattacci randagi pieni di malattie. Saranno proprio Amalia e la regina dei cassonetti Dodò, un gatto, a incontrare il destino di Rick.

Rick dovrà essere un perfetto “triponzino”, un cane e un bambino… ma lui è un LUPO, e non smette di ripeterlo.

Il cucciolo nudo si chiede cosa significhi la fine della felicità; il CERCHIO sarà la risposta.

La lotta sarà davvero dura, e a tratti assai ripugnante.

L’amore e il coraggio possono salvare capre (o bambini) e cavoli (fiori)?

Il motto è uno solo:

“CODA ALTA E SGUARDO DRITTO E NON SARAI MAI SCONFITTO!”

 

ANALISI, ANZI, DIREI ESAME DI COSCIENZA

“Un mondo pulito e obbediente:

panza piena e in testa niente.”

Ok, prendetevi un minuto e rileggete queste due frasi.

Questo è l’inno della rivoluzione della “società civile” di questa storia.

Perché prendere un cane quando si può acquistare un televisore? Non saprei… rispondete voi.

Il Cerchio Magico è una storia coraggiosa di famiglie non tradizionali, di bestialità primigenia e di stelle che vibrano. “La vita è un soogno o un sogno è la vita?” Per gli uomini che vivono dentro questo libro il sogno è uno solo, il loro. La vita può essere meravigliosa se non ci si sforza più neanche a sognare.  

L’autrice mette molto di sé e tutto si ritrova tra l’amore per la natura, le vite segnate da solitudine coraggiosa, e da modi di fare considerati bislacchi. Rick è un bambino selvaggio ma può essere anche visto come un individuo che ha difficoltà relazionali e si pone tante domande sulle cose del mondo che non riesce a capire. Rick è intelligente ma si incastra sugli spigoli della società… e qui si torna agli effetti della Sindrome di Asperger.

Tutto è congeniato per parlare il linguaggio dei bambini tra mani sporche, musi impiastricciati e la voglia di stare con la mamma. Gli adulti, però, sono il bersaglio che può essere colpito per cambiare le cose. In una realtà dove le cose naturali ci fanno sempre più schifo, e ci danno mortalmente fastidio i petali dei gerani dell’inquilino del piano di sopra che ci cadono sul balcone, credo che Il Cerchio Magico sia un esame di coscienza necessario per riappropriarci dei nostri sogni. Una scampagnata al tramonto è la meta, non il comprare l’ultima cosa di tutto… giusto perché si è liberi quando non si dipende da troppe cose, non credete? Non voglio fare la paternale ma riflettere imparando dalla forza dei lupi, dalla scaltrezza dei gatti e dalla furbizia delle scimmie.

Anche la beneficenza fasulla viene messa in ridicolo aprendo uno spioncino verso intenti poco umanitari e molto utilitaristici.

A distanza di anni dalla sua venuta al mondo, questo ibrido di libro è una simulazione di un futuro assai probabile e poco auspicabile.

Di certo questo non è un cieco invito ad abbracciare tutti i bambini del mondo e a radere al suolo ogni cosa di cemento… ma quando si rade al suolo il mondo per ucciderci abbattendo alberi e non pensando più ai bambini, se non con un senso di “possesso”, penso che forse ci si dovrebbe fermare, come vi ho invitati a fare all’inizio di questo paragrafo.

La narrazione è facile ma spinosa, il linguaggio poetico e anche assurdo. I nomi dei potenti sono orrendi da pronunciare e all’inizio siamo chiamati a soffrire non poco.

Il “CERCHIO” è la risposta che ci attende alla fine del libro, anche a noi, oltre che a Rick.

Buona lettura!

Se volete adottare questa bellissima storia cliccate QUI  e si aprirà la pagina AMAZON del prodotto: essendo un'affiliata, se acquisterete tramite questo link potrò avere la possibilità di guadagnare un piccolissimo contributo da reinvestire in tanti altri libri su cui discorrere insieme. Scegli tu se sostenere il PENNY BLOOD BLOG.

GRAZIE MILLE! 

 

 

 Ph. Francesca Lucidi. Edizione Mondadori 1995



[1] Susanna Tamaro racconta la vicenda durante un’intervista a Repubblica del 21 novembre 1990.

[2] Sceneggiatrice e scrittrice.