venerdì 14 giugno 2019

I DUE GIOVANNI E IL DIAVOLO PARTE III








I DUE GIOVANNI E IL DIAVOLO

CAPITOLO II

Parte prima





1. La Carezza del Male



Giovanni subiva lo sguardo fisso del grande cane. Un richiamo… un odore di sangue, e soddisfazione, fece staccare il Conte dalla finestra. Si avviò lungo i corridoi bui di pietra: le fiaccole generavano ombre altissime al suo passaggio… le sue spalle muovevano l’aria che piegava le fiamme. Un suono di suole pesanti e incalzanti rimbombava nella fortezza come una marcia. Come tamburi... “BOOM!”… “BOOM!”.
Il Festa arrivò presto nella piazza sotto la sua dimora ferma. Nessun’altra ombra: solo quella di Giovanni.
Si mise a correre e arrivò dove il cane era rimasto lì a seguire l’odore del suo avvicinamento.
Le suole di Giovanni, le zampe della bestia: intrise del sangue di quei corpi ormai morti. Sui volti di quei resti mutilati solo l’orrore. Solo lo sgomento; ma misto a una tranquillità che faceva pensare a una “liberazione” inaspettata da un fardello invisibile e terribilmente pesante.
Il Conte guardò a lungo negli occhi infuocati del grande cane che stava a coda dritta, come una freccia pronta per essere scoccata. Sentendo un inconsueto sentimento, un’intesa macabra e sporca, tese la mano verso la bestia scura. Il cane abbassò il capo e accolse le dita del Festa che si bagnarono intensamente dell’umidità della notte, che su quei peli aveva versato copiose lacrime gelide. Le due ombre si fusero in un solo, grande, possente agglomerato fumoso di spietato buio. Il Festa si staccò dal manto fitto del suo complice, del suo servo… si chinò a raccogliere le sacche che, tra la terra e il sangue, ancora chiamavano le grinfie bramose del bel nobile: il silenzioso… glaciale e infuocato Conte bramoso.
Nella boscaglia in fondo, qualcuno era riuscito a ingannare il destino. Una figura smunta si nascondeva in un cespuglio di more. Un mento storto come un falcetto, gocce di sudore acre e copioso su una fronte a scale… a rughe contratte e sgradevoli.
L’uomo misterioso sentiva fitte ovunque. Paralizzato dalla scena rossa, dalla scena “morta”… dalla caccia conclusa e vinta.





2. Il “Combattente”



Nell’accampamento la brace creava piccoli ardenti schegge di fuoco nell’aria. Una tranquillità opprimente fece trasalire Chiaretta che era seduta su un tronco secco, intenta nelle sue preghiere. Solo lei era rimasta in quel luogo nascosto.
Iniziò a sentire un’angoscia crescente nel respiro. Un sentore di malvagità le se insinuò nei polmoni che presero a respirare male… affannosamente. Qualcosa era accaduto. L’odore che riusciva a entrarle dentro, tra le ispirazioni forzate, era noto e agghiacciante. Come dieci anni prima: l’odore della morte.
Quando Chiaretta fu portata via dal capo dei malviventi, dieci anni prima, ebbe paura a ogni passo svelto che percuoteva l’erba fitta della foresta. Quel fetore di sangue le confondeva la vista e gli rivoltava lo stomaco morbido, fragile… rinchiuso. Il Capo l’aveva presa come pegno. La”compagnia” la pretendeva come premio. L’uomo che la portò via non sfiorò mai un solo capello della diafana sirena catturata. Quella giovane dallo sguardo selvaggio e puro lo catturò nell’animo, nel petto pieno di peccato… di malvagie azioni e ignominie.
La protesse come un fiore raro… carnivoro e poco noto. Le preghiere rabbiose di quella piccola suora celata lo riportavano a un’umanità che aveva dimenticato. Come provare Amore tra il male e l’incoscienza? Tra la sopravvivenza e l’egoismo tagliente. A lui bastava averla accanto, sentire la sua flebile voce. Avere la giacca ricucita da quelle piccole mani tremanti. Chiaretta fu l’angelo e la madre benedetta di quella “Compagnia della morte”.
Non tutti comprendevano l’atteggiamento del capo. Le prostitute erano care, passavano di rado… il Conte controllava le strade e scendere verso il borgo sarebbe stato troppo rischioso.
 Il corpo dell’uomo a volte è cieco e famelico, come una bestia selvaggia domata che per la prima volta assaggia la carne vibrante e viva. Gli stranieri assassini rispettavano il Capo che li aveva condotti alla libertà, ne avevano paura; ne avevano rispetto. Uno solo tra tutti non perse mai la fame per il “premio”: quei fianchi accennati nella veste che li ricopriva. Che Chiaretta smacchiava con la cenere. Che lavava di nascosto, nella notte; e faceva asciugare in un focolare che per lei il Capo silenzioso, la sua protezione crudele, accendeva guardandola negli occhi senza proferire alcuna parola.
La suora così accolta nella fucina del peccato, teneva appese quelle anime al filo sottile della Speranza. La vita può rendere l’umanità crudele. Il Paradiso a volte viene negato “per nascita”. Chiaretta spezzava il pane con loro. Guardava le loro mani sporche di sangue e pregava per ciò che ella non vedeva ma teneva sulla schiena; anche per quegli uomini, quei relitti, quei maledetti.
Nell’accampamento si parlava poco e ci s’intendeva con un ghigno o un cenno del capo. Un gesto sotto al mento. Dieci anni prima il Capo parlò con un tono del tutto diverso per la prima volta, e disse: «Mi Chiamo Borja, nelle mie terre significa “Combattente”, quale è il vostro nome?», «Chiara Francesca Beatrice L…»
 L’uomo la interruppe: «Qui nessuno ha un cognome. Qui nessuno ha un’origine. Dimenticate il “grasso maiale”. Dimenticate il mondo. Adesso la foresta è la vostra casa. Camminate più svelta. Dovrete abituarvi a correre. Dovrete correre quando sarà necessario. Promettete!»
 Chiaretta fece un cenno con il capo. Lei aveva imparato a parlare senza usar la gola. Anche se ora un nodo le stringeva sia la gola che il cuore. Mentre la mano di Borja la conduceva nell’oscurità, per la prima volta si trovò nel giusto posto, nel giusto passo. Iniziò a correre, a correre veloce e veloce. Suor Chiaretta Laurenzio non aveva mai corso. Gli facevano male le ginocchia, le mancava il fiato, le vibrava la fronte coperta dal suo velo.
Quella sera mangiarono tutti, in silenzio, la carne di cavallo: il bottino forse più gradito dell’assalto, dopo Chiaretta. La piccola suora mangiava di gusto come non aveva mai fatto: quella carne gli sembrava il primo “sapore” che avesse mai percepito. Chiaretta sorrideva con le lacrime agli occhi, divisa: libera e stordita di meraviglioso spavento. Stretta in se stessa per il freddo insistente della notte. Nessuna coperta, nessuna candela. Nessun lamento sessuale del fratello, che si intratteneva nel salone con una giovane serva. Solo la luna. Solo Dio che gli parlava per la prima volta dalle foglie cantanti. Tutto intorno a lei il peccato di quegli uomini. La sua croce ora era vibrante, luccicava di preziosità intangibili: di fede e forza.
Borja gli si rivolse severo: «Promettete fedeltà e non vi verrà fatto alcun male. Nel mio paese volevano ucciderci tutti, eravamo ribelli un tempo. Ora siamo assassini. Siamo sopravvissuti… e siamo morti per sfuggire alla morte. Noi non ci fidiamo di nessuno. La pietà è una zavorra che lasciammo quando diventammo fantasmi. Promettete fedeltà alla “Compagnia”, servitela e non parlate se non siete interrogata…»
 Chiaretta era abituata a non esprimere mai un pensiero, a non parlare. Ma ora gli era stata rivolta una domanda. La prima domanda che sentiva avere importanza. Dopo quella che la consacrò a Dio, quando ancora era una bambina. Poggiò la scodella in legno che aveva svuotato con gusto, guardò Borja negli occhi e sussurrò: «Prometto fedeltà ai miei padroni, prometto fedeltà a VOI!»

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Un uomo alto e secco, in fondo, guardava le caviglie di Chiaretta che brillavano di sudore freddo alla luce di una luna tagliata e spigolosa. Si inumidiva le labbra di vino mentre fissava il Capo guardare con occhi diversi quel “pegno”. Quel puzzo di uomo che non divenne fantasma ma nacque diavolo… scorse prima di tutti l’Amore nascere negli occhi del Capo. Scorse la debolezza. L’individuo gobbo, con la sua testa piccola e lunga, mancante di un orecchio e di senno… sapeva che la debolezza porta ai passi falsi: i passi falsi portano alla distrazione… alla morte. E al soddisfacimento di chi, acquattato attende il suo momento.





3. L’Innocenza tra i lupi

La piccola suora timida, con il tempo, era diventata una creatura della Foresta e rimpiazzava i lembi laceri della sua veste con pelli di animale. Borja gli aveva insegnato a cucire insieme ciò che la caccia e la natura donavano. Un collo di coda di lupo era diventato il suo collare che ornava la sua doppia natura sacra e terrena. Il più anziano della compagnia era Vuk (il lupo).

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 L’uomo era tozzo e bruno sulla pelle come un tronco di quercia. I capelli bianchi erano raccolti in una treccia corta e grossa. Vuk detestava il membro senza un orecchio: anche gli altri non si fidavano di quell’uomo con il mento scosceso come una rupe. Essendo la sentinella fedele della compagnia, il braccio armato e sapiente di Borja, Vuk non perdeva di vista Chiaretta. Aveva intuito che il compagno dell’est più oscuro, quello spinto verso il nord, aveva una “sete” che andava ben oltre la sopravvivenza che quella Compagnia cercava di mantenere e proteggere. Possedeva anche una crudele fame di sangue oltre il necessario crudele codice che tutti quegli uomini seguivano. Rubavano e uccidevano. Tutti avevano imparato a sopravvivere a quel mondo duro e ben più sanguinario delle loro mani ispide. L’uomo senza un orecchio aveva tolto la vita a Giovanna e Fiore. Aveva sgozzato il cocchiere. Era stato più volte bastonato da Borja per la sua voglia cieca di sangue oltre ogni limite. Quando s’intratteneva con le prostitute tagliava loro i capelli… li strappava forte. Li lacerava vicino alla carne. S’inebriava dello sguardo di terrore di quelle anime perdute, di quei corpi che lui sottometteva con vile violenza. Borja aveva promesso di proteggere tutti i suoi compagni. Ognuno era un pezzo tessuto insieme… ma quel lembo marcio iniziava a essere lo specchio malvagio, sghignazzante, in cui nessuno voleva guardarsi… riconoscersi.
Vuk riusciva a comprendere il linguaggio dei lupi e passava con loro le ore della notte. Si rotolava tra le foglie, si faceva annusare da quegli animali: bruni e grigi, proprio come Vuk. Una volta Chiaretta lo scorse da lontano mentre si faceva mordicchiare la faccia da quei lunghi denti affilati. Vuk la invitò ad avvicinarsi. I lupi si fermarono con sguardo obliquo attendendo un cenno dell’umano. Vuk invitò la piccola suora e disse: «Venite, non vi faranno nulla. Avete addosso l’odore della Compagnia. Vedete… nella nostra terra ci sono molto lupi. Sono più grandi dei vostri. Più famelici… chiari e dalla schiena curva. Questi animali sono più piccoli ma molto più fedeli. Hanno le caratteristiche di questa terra forte, gentile nei suoi colori e nel suo sole di Primavera. Mi manca casa… ma qui ho trovato un angolo dove aspettare ormai la fine: la mia dannazione. Questi animali mi fanno sentire ancora un essere degno di questa terra. Ci capiamo. Uccidiamo insieme. E loro non provano rimorso. Invidio la capacità degli animali di fare ciò che si deve… ma voi avete il vostro Dio. Voi avete la vostra croce. Io ho i miei lupi!»
Chiaretta si chinò e si fece scrutare da quegli animali, si fece sporcare da quelle fauci ancora insanguinate del pasto di quella notte. Si bagnò dell’odore vibrante della Natura in tutta la sua crudele bellezza. Quella notte pregò Dio per Vuk. Quella notte non dormì pensando a come Vuk la avvertì di stare alla larga dall’uomo senza un orecchio. Colui che non aveva mai rivelato il suo nome, e che tutti chiamavano “Violentă”.


Continua...